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Danilo Mandolini è il felice vincitore del Premio “Città di Castrovillari”, per la raccolta edita, tenutosi il 23 giugno scorso, con la sua La distanza da compiere.

Quando la sua poesia si destina, quale testimone dell’esistenza, si affida con dovizia alla Cura delle parole, alla composta posizione che queste occupano nello spazio del verso, alla successione sonora che ne viene col silenzio… Le parole, così, acquisiscono un’etica particolare: divengono esse stesse “…le sagome delle cose,… | quelle note e quelle sconosciute, | sopra la gravità del loro stesso peso | e sotto il peso di onde dal suolo | si danno una parvenza di materia…”; ne profilano la necessità, attestano con la loro precisione l’urgenza di esistere, di occupare lo spazio, di farlo mondo per l’abitare degli uomini. Ciò che colpisce nell’arte di Danilo Mandolini è questa sapienza fattuale e la serenità della parola che si allunga nel tempo interno della lettura a risuonare nel silenzio dell’ascolto, lungamente. E’ una parola che non si lascia bruciare per l’effetto di un attimo, ma sceglie di persistere, risuonando.

Per quanto sopra questa testimonianza, ignota e negletta ai tanti, si costruisce una ricchezza intima: la memoria degli uomini. “Il ricordo atteso dal rumore | si sperpera, quasi muore, | nel viaggio che oscillando va | da tutto ciò che è già stato | fuori da ogni forma.”.

Di questo incondizionato “viaggio che oscillando va” parla il titolo dell’opera di Mandolini: La distanza da compiere. L’inizio e la fine del suo viaggiare sta tutto nel titolo, e la distanza che bisogna compiere è del destino degli uomini. Ma alla fine del libro ci accorgiamo che è, poi, ciò che comunemente facciamo per giungere dallo sguardo (lo spirito) sul mondo, alla sua concretezza (la vita). La sua sostanza ottusa e necessaria. Naturalmente non si tratta di uno spazio, di una quantità da coprire, semmai di una sottrazione da completare per giungere alla soglia oltre la quale null’altro è più come prima. E’ “la” ragione di cui il poeta parla nella poesia La soglia. “…si raggiunge il bianco rigato della spiaggia, | l’estrema periferia orizzontale della terra | dove il principio e la fine del crepuscolo | bruciano lenti…

E’ in verità un antico viaggio orfico di cui si parla, e dunque più che un generico viaggiare è un tornare “…che tornare è più importante | che partire e ripartire…”.

Il tornare come il lato cavo, convesso delle cose dove ci si raccoglie. Come per La disciplina dell’usura: “Dentro il rapido fluire della risacca | risiede tutto il silenzio del mare;…”.

La pratica del ritorno è la condizione necessaria ed urgente per trovare la patria da cui partimmo per diventare sguardo che si slancia da noi verso il mondo, per diventare soggetto narrante. Come per T.S. Eliot: “…the end of all of our exploring | Will be to arrive where we starter | And know the place for the first time.”. […il fine di tutto il nostro esplorare | Sarà di giungere al punto da cui siamo partiti | E di conoscere il luogo per la prima volta.].

Dall’esilio del nostro sguardo di moderni la parola ci custodisce nell’intrico delle apparenze; un sentiero che mantiene nella fedeltà di questa appartenenza. Eppure non sempre la distanza si compie. In tanti si resta nella distanza e questo significa lasciare che i bordi, le labbra della ferita d’una separazione restino nella solitudine di una irriflessibilità. Ed è la condizione sempre più normale della nostra esistenza di uomini contemporanei. Ove la condizione di restare nella distanza, ed abitarla, è la condizione permanente, simile al cieco irrisoluto ove l’uno e l’altro restano nella separazione quale dimensione della miseria.

Ma come è possibile compiere la distanza in un tempo in cui la voce dei poeta resta inascoltata ? In cui la poesia è la ritenuta inutile e ciò che si valuta come essenziale è il guadagno di un dominio ? I poeti non danno risposte, ma possono testimoniare.

La poesia di Mandolini è questa testimonianza che la parola dei poeti si radica nella concretezza del mondo, nella sua materialità evidente: la voce e il silenzio. Dovremmo ascoltare le parole dei poeti, perché queste si radicano nella Cura che è presso la ricchezza domestica delle cose, gli interstizi, le fessure dimenticate. In effetti queste ci accompagnano e ci dicono del contesto del nostro abitare con misura.

Recensione
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