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Una valida operazione di marketing si coglie a partire dai dettagli, così è proprio la parola “sesso”, ben posizionata nel sottotitolo dell’opera di Michela Torcellan, che fa accendere la lampadina luminosa della curiosità. Anche il lettore più pudìco e ascetico, infatti, viene naturalmente attratto da quelle cinque lettere. Che si tratti di piacere intellettuale o fisico, oppure il disgusto correlato a qualcosa di scandaloso e da nascondere, certo è che quando il sesso fa capolino sulla copertina di un libro, l’occhio rimane incantato e il cervello invogliato a capire di che sesso si parli.

Questa premessa perché, a mio avviso, pur apprezzando il preciso e puntuale sforzo “commerciale”, ossia attirare l’attenzione sull’opera, in realtà il contenuto della stessa viene a sua volta forzatamente depauperato di quell’intensità che reca in se.

Si, perché nei tre racconti della scrittrice veneta “quel sesso”, ossia l’accezione più carnale di questo termine, è solamente accennato e mai sviscerato, a volte addirittura assunto per tratteggiare contorni dolorosi e innaturali, come ad esempio quelli di relazioni malate o soffocate che non possono certo essere elevate al dignitoso rango di storie d’amore.

Ecco allora che l’autenticità dell’opera va colta nel complesso, analizzando le altre parole richiamate nel titolo e nel sottotitolo le quali, pur apparendo quasi offuscate dalla centralità del sesso (per i motivi ampiamente illustrati), ben evidenziano i temi che fanno da filo conduttore e al contempo chiave di lettura dei tre scritti.

In primo luogo Padova, città scenario delle storie narrate, contesto attivo e compulsivo, capace di fagocitare il modus vivendi dei suoi abitanti condizionandone addirittura i pensieri e i sogni. Difficile spiegare Padova per chi non la conosce o non l’ha mai vista, difficile spiegarla per chi non la abita poiché si rivela ardua impresa illustrare come la stessa sia in grado di coniugare quella santità, per la quale ha una vocazione naturale (Città di Sant’Antonio, appunto), con quella crudeltà che è propria di una terra non madre, ma matrigna, il cui scopo principale è quello di far assaggiare ai suoi figli uno scorcio annebbiato di libertà recriminando, alla fine, un conto finale pari a dieci volte tanto in termini di opportunistico moralismo. Queste contraddizioni sono ben evidenziate nell’opera di Torcellan, la quale racconta una Padova che fa a pugni con questi due aspetti così contrastanti non solo nella mentalità chiusa, borghese e finto perbenista, ma anche nella multi etnia e nello spirito metropolita, conseguenze di aperture volute o forzate, così come sollecitazioni culturali che derivano dall’essere polo universitario.

Così, è “dietro la facciata” di una Padova sobria e benpensante, morigerata nelle scelte e nelle rivoluzioni idealistiche, che si snodano le vicende di tre donne assai diverse tra loro le quali non si incontreranno mai nel corso delle pagine, eppure sembra che siano figlie della stessa disperazione e determinazione così da farle apparire paradossalmente e irrimediabilmente sorelle.

L’elemento maschile è solo un pretesto per raccontare l’incidente, l’incompiuto, il quid che ha fatto voltare pagina alla vicenda, al contrario sono le “femmine”, nell’essenza intensa ed eterea, nella loro corporalità e spiritualità, le protagoniste di un percorso di crescita e immaturità insieme.

Questa analisi, tuttavia, non deve portare fuori strada poiché “Dietro la facciata” non è un libro femminista, ma è un libro di donne, anzi mi piace dire che è un libro di femmine, perché è il femmineo che qui ama, odia, protegge, accusa, mente, si sacrifica per la verità, pianifica, agisce d’impulso, tutto questo senza vendersi mai. Si, perché le azioni programmate dalle donne che vengono raccontante nel libro sono volte sempre e comunque ad un fine superiore e mai egoistico, sia esso l’amore per i figli, o quello incestuoso per il fratello, sia esso la passione per gli ideali politici e libertari che si sgretolano puntualmente di fronte alla proibita passione per l’amico di famiglia e compagno di partito, sia, infine, il sospeso e incerto desiderio indirizzato a due uomini incapaci di ricambiare vuoi perché attratti dallo stesso sesso, vuoi perché fragili (in quanto umani) ministri di Dio.

Lo stile asciutto e quasi cronachistico rende la lettura veloce e facile. Un appunto sui dialoghi, a mio avviso a volte estremamente brevi e quasi troppo asciutti così da rischiare di essere impersonali, tanto che spesso si finisce per apprezzare maggiormente i monologhi e le riflessioni intimistiche (siano essi narrati in prima o in terza persona).

“Il caso Carlevaris”, “La lippa” e “La mia più cara amica” scandiscono dunque le storie di tre donne coraggiose perché consapevoli della loro fragilità e al tempo stesso impotenza, laddove un omicidio giustificato da un tradimento incestuoso, i dubbi morali che emergono dalla lotta terroristica, e la voglia di conquistare uomini “diversi e distanti” dall’immaginata normalità, rappresentano il copione di vicende che, pur sembrando lontane, in realtà finiscono per essere quelle della porta accanto. L’insospettabile diversità che si nasconde anche dietro le apparenze di Padova e dietro la facciata di ognuno di noi.
Recensione
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