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E’ un’opera narrante quella scritta da Olga Tamanini, pagine che sembrano avere assunto la forma scritta esclusivamente per praticità di consultazione, ma che, in realtà, incarnano la voce intimistica e riflessiva dell’autrice.

Così accostarsi a questa lettura, estremamente rapida e semplice, significa quasi sfogliare le pagine di un diario, commovente non solo per la sua stessa natura, in quanto “raccoglitore di emozioni personali”, ma anche perché mette a nudo scorci di vita inserita in contesti storici ormai lontani. Da un lato è certamente apprezzabile l’impegno linguistico, lontano da velleità stilistiche o da esasperata ricerca di formule sintattiche elaborate e orientate al sorprendere, per altro verso, tuttavia, si assiste talvolta ad una eccessiva semplificazione lessicale e dell’io narrante rischiando di scadere in alcune disarmanti banalizzazioni.

Tale rischio, comunque, viene superato dalla delicatezza dei temi trattati che parlano di situazioni quotidiane, per questo motivo normalmente straordinarie eppure straordinariamente normali.

Ecco allora che Olga Tamanini racconta con eleganza ed affetto che si fa inchiostro gli episodi legati alla sua gioventù, piccoli flash back che parlano di passeggiate nella natura, di animali fedeli e intelligenti, di scarpe sbagliate, di giochi sul ghiaccio con gli abiti nuovi della festa, di affetto e complicità fraterna, di amicizia e di una diffusa nostalgia per quei tempi puri.

La montagna e la sua liricità sono il filo conduttore di tutto il libro, strumento attraverso il quale è possibile riflettere su valori e dubbi assolutamente attuali. Tra i capitoli più intensi ricordo quello intitolato “Lezione di vita”, laddove la scrittrice considera un vero dono il poter assistere alle delicate gentilezze che un giovane marito riserva alla moglie malata. Oppure, ancora, il racconto “Ai tempi dell’asilo” dove, al di là di una minuziosa descrizione di zoccoli di legno, di grembiuli e dell’animo ribelle della narratrice, si pone un’acuta polemica in merito ad una vetrinetta piena di giocattoli posta all’interno dell’edificio, giochi che, però, erano solamente messi in bella mostra senza la possibilità che i bambini li potessero usare. Una “vera e propria crudeltà”, come viene definita nel testo, soprattutto considerando che a quei tempi la maggioranza dei bimbi non aveva a casa giocattoli con cui divertirsi.

Sono proprio queste, e molte altre, le riflessioni che rendono La scatola dei ricordi un’opera lieve ed intensa al tempo stesso, capace, pagina dopo pagina, di far sentire il profumo delle emozioni, coniugando lo stupore alla rassicurante quotidianità delle cose comuni.
Recensione
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