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Sapore di Altri tempi nelle favole di Daniela Quieti

La raccolta di venti racconti è un dialogo fra passato e presente per scoprire con occhi nuovi la meraviglia e la poesia dei ricordi d’infanzia. Il tutto in una prosa articolata e lirica.

Figure della memoria riemergono per restituire il senso di un’epoca attraverso la quotidianità.

I venti brani dati alla stampa da Daniela Quieti nel libro Altri tempi, sono una silloge di un tempo passato la cui scansione era lenta ma avanzava inesorabilmente nelle coscienze individuali lasciando segni indelebili della sua presenza nella continuità della vita.

Daniela Quieti coglie la presenza di questo tempo passato nella sua coscienza e trasferisce il tutto in una prosa articolata e lirica tanto da dare colore a memorie consunte dal tempo ma nuove nel contatto con esse.

Freschezza

Dalla percezione generata da una lettura attenta, scaturisce che i brani si alternano nell’esplicare un essere del passato che racconta se stesso e la sua vita ad un essere di oggi, appunto Daniela, che fa capolino nei racconti mettendo in luce la sua freschezza e capacità dell’osservare e di trasferire con occhi nuovi la continuità del passato in un presente frastornato da accelerazioni sincopate dovute alle necessità della vita.

Fuga nel sogno

“È ora di andare a dormire”: la figura del nonno si erge in molti brani ed è presente, ma in modo indefinito, a tal punto che spesso, la sua storia, nitida e forte, traluce e svanisce nella memoria di una umanità che faticosamente avanza e vive in una complessità di fattori che rendono necessaria l’interruzione del racconto o la fuga nel sogno. Si evidenziano la buone abitudini della borghesia di un tempo passato che necessariamente doveva mandare i figli in collegio: sacrificio del distacco da un’infanzia trascorsa in un paese tranquillo ove si era padroni del tempo e dello spazio, ma che per poter andare avanti sentiva la necessità di elevarsi attraverso una cultura che i luoghi nativi non potevano fornire per mancanza delle strutture intellettuali, ed i ragazzi e le ragazze andavano in collegio consapevoli che quel sacrificio li avrebbe collocati un domani nell’alto della piramide della vita, in anni che, all’inverso, il popolo minuto continuava ad emigrare nel tentativo di riscatto da una vita piena di sacrifici e privazioni, con l’obiettivo del benessere. Erano gli anni in cui molte signorine, inviluppate dalla vita collegiale, e da una educazione tradizionale, avrebbero preso la via del matrimonio con Dio. È il caso di suor Maria Agnese che novizia, si vede negare dalla storia la possibilità di professare i voti, ma che nel suo cuore rimase suora per tutta la vita dedicandosi alla cura e all’assistenza dei bisognosi.

La maestra

Un’altra figura emblematica del primo Novecento è la maestra zia Ubaldina, che riassume in sé, con forza pregnante il mito della maestra dedita ai suoi alunni sotto acqua e vento, tra sentieri innevati percorsi a dorso di mulo, la quale le primavere, con il loro verde e pulsante fiorire, e la riconoscenza delle famiglie, ripagavano dei sacrifici effettuati nelle zone montane. Zia Ubaldina ricorda ancora la figura delle donne che fino agli anni Cinquanta curavano per giorni e giorni i pranzi dei matrimoni, cucinando e preparando leccornie i cui sapori oggi resta no nella memoria come un’isola lontana e irraggiungibile.

Pasqua di paese

Merita una attenzione particolare “Pasqua di paese”, perché in questo brano è racchiusa la storia dell’essere vero di un tempo quando gli uomini e le donne del paese scandivano la loro vita all’ombra del campanile e delle funzioni religiose, in particolare nella settimana santa, dove tutti partecipavano al mistero della Passione e della Resurrezione, dove l’intera comunità sembrava pulsare all’unisono con ogni avvenimento doloroso, dai Sepolcri alla processione del venerdì santo specchiandosi e purificandosi nel dolore di Cristo; ora non più, tutti corrono, nessuno si ferma, ma tutti saranno fermati! In un colloquio epistolare Daniela mi diceva “Amo scrivere le emozioni derivanti dall’osservazione di aspetti della quotidianità e di fatti di cronaca perché mi aiuta a capire meglio gli altri e me stessa. Perché mi sembra di riuscire a sottrarre i sogni al frastuono che ci avvolge e coinvolge sempre più freneticamente e che toglie spazi alla meditazione e alla fantasia che potrebbero, invece, aiutare a mitigare il senso di inadeguatezza generato dalla complessità del vivere. Per me scrivere sospende il tempo, protegge dalle paure, offre risposte, questo perché ho la sensazione di riuscire ad isolarmi dai ritmi veloci della vita, libera di esprimere ciò che sento, di riconciliare il cuore con la mente e, soprattutto, mi offre la possibilità di riaffidare alla parola il messaggio della memoria, dove, come in un diario, ho messo dei segni in determinate pagine a testimonianza di emozioni e ricordi del passato, da cui si stagliano lo spirito di sacrificio, il senso del dovere e della famiglia. E non dimentico che nella Bibbia in principio era il Verbo…”

Daniela Quieti in questo libro è stata coerente con quanto da Lei affermato, e solo chi la conosce sa bene quanto siano significativi il suo scrivere e i suoi battiti di ciglia.

Recensione
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