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L’interesse pastorale di Federico Borromeo per le esperienze mistiche

Lo scritto di Federico Borromeo, De ecstaticis mulieribus et illusis. Libri quatuor, che Francesco di Ciaccia offre in agile traduzione italiana, la prima finora, fu pubblicato nel 1616 e indirizzato al clero, specialmente ai confessori delle monache, ai direttori spirituali, ai parroci e, più in generale, a chi avesse una responsabilità verso il popolo cristiano.

Più volte dichiarato, l’intento del cardinale era quello di stabilire una metodologia chiara e garantita, intesa a distinguere i fenomeni mistici «veri», cioè di origine divina, da quelli «falsi», cioè d’origine diabolica o anche solo naturale. La preoccupazione era infatti che la congerie sconfinata delle estasi e dei fatti «straordinari» facesse perdere di vista la natura veramente spirituale dei doni mistici divinamente («divinitus») infusi ed elargiti.

Per capire quanto fosse diffusa la mania dello strabiliante e dell’inconsueto, il Borromeo dice, a proposito del rapimento estatico del corpo, che i casi del genere erano così numerosi, che non valeva la pena di addurre neppure esempi particolari. Possiamo estendere la medesima situazione a tanti altri tipi di stranezze fisiche, sensoriali, immaginative e cognitive. Si pensi che, a proposito del «parlar lingue sconosciute», Federico definiva peculiarmente questa pratica come «fanatismo»; e circa le «voci», interiori o esteriori, le predizioni, le apparizioni, le «visioni» ed altre cosucce del genere dichiarava che se ne contavano a migliaia in Italia nel giro degli ultimi decenni.

Orbene: l’arcivescovo notava come l’inganno di uno solo gettasse il discredito su tante manifestazioni davvero «celesti». Perciò egli si accinse ad operare, con bisturi tagliente, in modo da tener separate le varie ipotesi, lavorando sulla fenomenologia delle varie forme estatiche. Le differenziazioni vanno dall’imbroglio patente e volontario alla più sottile ambizione, la quale, magari inconsciamente, poteva condurre uomini e donne – più le donne, però! – a sperimentare in sé episodi eccezionali dandovi credito come se fossero miracolosi. Era molto facile, ad esempio, che ciò accadesse nelle inedie prolungate, oppure nei sogni premonitori, o nelle sensazioni olfattive, e così via.

Borromeo distingue anche tra fenomeni naturali e operazioni diaboliche. Nel libro si parla, dunque, anche dell’intervento demoniaco. L’autore credeva bene ad un lavorio materializzato del diavolo, e così ne illustra i giochi e gli inganni sensibili ed immaginativi, erudisce sulle sue apparizioni e fa sapere le sue abitudini sulla terra. Tuttavia, molto sapientemente il cardinale stabilisce il principio che, salva evidenza contraria, la causa dei fatti debba attribuirsi alla natura umana.

È per questo che lo scritto federiciano costituisce una ricca messe di analisi psicologiche, di individuazioni cliniche, di segnalazioni cronachistiche, di studi antropologici. Ne deriva che il libro – come ha sottolineato, con marcata avvertenza, il di Ciaccia nel saggio introduttivo – rappresenta una panoramica eccellente sul paranormale «naturale», più che su quello preternaturale o anche soprannaturale.

Per tal motivo il saggista sostiene che l’opera in oggetto non serve ai mistici, ma è interessante per tutti coloro che amano conoscere uno spaccato, sfaccettato e insieme lucido, di un momento culturale della storia sia civile che religiosa, su un piano tanto antropologico quanto filosofico e teologico.

Da parte sua, di Ciaccia premette un lavoro di chiarificazione propedeutica. Per introdurre in un universo per molti un po’ ignorato, e comunque per tanti aspetti abbastanza strano, almeno per la gente di oggi, egli precisa ed illustra i concetti fondamentali del misticismo, del paranormale e della situazione mistificatoria del Seicento. In particolare spiega, con chiarezza e con molta semplicità, il substrato culturale del Borromeo.

La preparazione intellettuale del cardinale era infatti strettamente umanistica e fondamentalmente le sue basi dottrinali affondavano nella filosofia e nella scienza classiche. Opportunamente, perciò, il saggista inquadra ciascun campo, da quello fisiologico a quello antropologico, in un riferimento culturale che è puntuale, rigoroso e insieme didattico. Per fare qualche rapido esempio, ricordo il discorso sulla credenza delle Sibille, di cui parla il Borromeo; sulle forme «bestiali» del demonio, su cui si sofferma il cardinale; sul linguaggio mistico dal Medioevo al Seicento, e così via.

In effetti, Federico studiò bene i classici greci e latini e conosceva notevolmente anche la Patristica e la letteratura cristiana antica, ma fu molto influenzato anche dallo spirito del Seicento, tra la cosiddetta Controriforma e la convinzione «barocca» secondo cui quell’epoca segnava il culmine della grandezza della Chiesa cattolica. Quest’ultima idea, connessa con l’effettiva superfetazione mistica, produsse la coscienza che l’«estasi» fosse il segno manifesto della divinità della Chiesa stessa e della sua verità.

Ecco dunque come l’estasi venisse assunta dal cardinale in direzione apologetica: con le relative storture, a dire il vero. La prima deduzione fu che le manifestazioni «straordinarie» delle altre confessioni religiose non potevano essere «vere»; la seconda fu che, nonostante la prudenza criteriologica e nonostante il dubbio pratico, Federico si sentì lui stesso ammaliato emotivamente dalle brave mistiche. Cosa che successe ad uno che non era un buon mistico, appunto, mentre non accadde, ad esempio, all’amico, «padre» e contemporaneo Filippo Neri.

È da osservare infine che, in effetti, la mistica secentesca – buona o meno buona che fosse – conobbe una modalità barocca, fatta spesso d’angioletti dal ben visetto e di suonerie armoniche. Perciò, il di Ciaccia indaga su questo terreno enfatizzato, concludendo come l’esperienza secentesca fosse lontana dalla nudità della contemplazione poggiante esclusivamente sulle virtù cardinali, senza il bianco, il rosso e il verde del paradiso calato tra pupille e cervelletto.

Con perspicacia, ma insieme con animo prudente, il saggista non manca di segnalare, perciò, i limiti della reale applicazione da parte del Borromeo dei suoi medesimi criteri di fondo, bene espressi all’inizio dello scritto ma poi, sembra, fiaccamente rigorizzati ed equivocamente sfruttati. Alla fin fine, il Borromeo – sostiene il saggista – mostra d’aver conosciuto un po’ poco la grande mistica cattolica delle scuole francescane, carmelitana e domenicana, mentre rivela d’aver indagato tanto, e con tanto buon volere, sulle sue contemporanee donnette dagli occhi stralunati e dalla pancia vuota, piene di sogni e comunque destinate ai colloqui eterei, o con il cielo, o con l’inferno, o con la terra.

D’altronde, proprio da qui discende il valore storico del libro federiciano, ed è questa la fortuna per noi, incuriositi lettori del mondo, come lo è per l’editore.

Uno specifico pregio della pubblicazione è lo stile scelto dal traduttore: la sua scrittura, sostanzialmente descrittivo-narrativa, semplifica ed essenzializza la prosa federiciana, allontanandosene coscientemente. La prassi scrittoria di Federico è infatti – come di Ciaccia esplicita in una nota apposita – sintatticamente ecclesiastico-umanistica ed è lessicologicamente circonlocutoria, con frequenti ripetizioni: tutto sommato, arida e stucchevole. Il saggista-traduttore ci ha offerto pagine moderne.
Recensione
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