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Servizio e sfruttamento secondo il recente saggio di Francesco di Ciaccia

La peste è stata oggetto dell’ispirazione manzoniana in due momenti poetici distinti e complementari, ciascuno obbedendo ad una visione teorica, specularmente richiamata dalla prospettiva particolare. Nei Promessi sposi il male manifesta, sì, la condizione del mondo materiato di patimenti, ma si lascia recuperare a quel livello di ulteriorità reale che è costituito dal miglioramento etico della società – almeno come indicazione «profetica» – e dallo sviluppo coscienziale, almeno come possibilità, in termini di rifondazione del senso della vita intesa come «servizio». Ma poiché il male è profeticamente e realmente superato dal fatto storico dialetticamente contradditorio, per questo il Manzoni ha offerto la prova, dove sia stato sorretto dalla documentazione, della sollecitudine che toglie la perdizione (la quale è, alla fin fine, «di-speranza» nel patire e nel trattare l’uomo). Il critico, con approccio diretto sul «solenne ragionamento» di Felice Casati, approfondisce le idealità evangeliche e francescane del «Servizio», inquadrando storicamente l’operosità assistenziale (che ben si occupa, cappuccinescamente, pur della salute del corpo: e senza trucchi «religiosi») e affrontando affilatamente posizioni critiche opposte. La polemica del di Ciaccia, benché sottile, non mira tuttavia agli aspetti secondari, ma alla sostanza delle cose, in una ricerca della verità, documentata e sofferta, senza percorrere la facile via ideologica o encomiastica.

In due interessanti paragrafi egli dimostra, con ermeneutica psicologica, come il «sogno» di Rodrigo, anch’egli bubbonato come tanti altri mortali, sia stato architettato dal romanziere (con varianti tra le stesure) in maniera da insinuare il sognato (Cristoforo) come immagine salvante, non già condannante: il giudizio passa infatti, nel romanzo, solo e sempre attraverso il reticolo spinato dell’autocoscienza; esso pesa come una «scure» sul capo, ma per nulla levata alla maniera del Battista. Ed è il cappuccino a disvelare la misericordia del giudizio. Il critico, poi, allarga la rappresentazione delle due «morali», quella della confusione e quella della ricomposizione, attraverso la lettura della «vigna» di Renzo.

Nella Colonna infame la storia, non suffragando la pietà, fa toccare la disperazione: la logica della «ragione di Stato» rende «vendicativo» il diritto, facendo dell’uomo un lupo per l’uomo; l’immaginifico collettivo si scarica apotropaicamente sui meschini, mentre la necessità di «salvare la faccia» si avvale della legge, affossando la giustizia: si colpisce chi è facile bersaglio. Ma il coperchio non è chiuso ermeticamente, gli altarini si scoprono nelle contraddizioni del processo penale, nei lapsus delle formulazioni del Senato, viene a galla il marchingegno del tornaconto politico, si smaschera il gioco che non regge. Intorno a tale idea manzoniana il critico opera un paziente, certosino escavo, per nulla formale, con strumenti d’una chiarissima logica onestà, dimostrando la scorrettezza di interpretazioni forfettarie.

Naturalmente, si deve discutere – come appunto fa di Ciaccia – sulla congruità, o meno, della disamina privilegiata dal Manzoni nel suo lavoro sulla «Colonna infame». La conclusione è che Manzoni ha inteso «emblematizzare», prendendo spunto da un’indagine giudiziaria, un modo di concepire il rapporto con la propria immagine e di vivere le relazioni interpersonali. Ne consegue la polisignificanza e polivalenza della Colonna Infame: con tutti i pericoli ma anche con tutta la forza «utopica». Condannata è, alla fin dei conti, la mentalità del tornaconto, sempre, ovunque e per qualunque motivo si compia. Ciò permette un’ulteriore definizione della Colonna infame, come «metafora biblica».

Quel che manca nella storia «infame» è la testimonianza pubblica, elicita, dilagante della ecclesia, l’agàpe fraterna, riconosciuta in mezzo al popolo dei dolori, per cui la speranza – avverte il critico – è soggettiva, è nello scrittore, a differenza di quanto accadeva nel romanzo «d’invenzione» – invenzione fondata sul documento -: dalla scodella allungata al «povero» Renzo alla stretta dei bimbi appestati, tenuti in braccio dal canuto uomo in cappuccio; dall’organizzazione, severa e benigna, dei frati al Lazzaretto al perdono di Renzo, ministerialmente accolto dall’emaciato cappuccino sconfitto (Cristoforo), che dà vita morendo; dalla sollecitudine di Federigo, che trae gloria manzoniana in un angolo diverso da quello nel quale il mondo dà gloria, alla contrizione, pur breve, del mal collocato curato. Insomma, l’«invenzione» permetteva al romanzo la traduzione fantastica di concezioni e di realizzazioni fattive di bene, scorrenti da sempre nel deserto affocato ed affranto del male: tra questi trapunti testuali il critico fissa contrapposizioni, enuclea concetti, stabilisce spartiacque rigorosi.

In particolare intorno al processo agli untori, egli si inoltra in una scepsi scrupolosa che insegue l’intendimento morale del Manzoni ed assiepa la roccaforte del «silenzio». Più che nella morte, capace di sopravvincere nel ricordo amoroso e nella risurrezione di Cristo, il silenzio è quello che nasce, cinico, dall’orgoglio, e nelle ingiurie sociali, nel legalismo «pro domo sua» si sedimenta, innalzando sepolcri imbiancati. Se era agevole incriminare, come «untori», della plebaglia spudorata, non erano però sufficienti (sostiene Manzoni, e il critico articolatamente ci spiega) né tal precedente né la credenza generale della «peste manufacta» per convincere di un reato chi d’altri misfatti, e non di quello, era colpevole. Di Ciaccia spietatamente, ma piacevolmente per l’andamento narrativo, che si lascia leggere d’un fiato, dimostra che due pesi e due misure – per dirla con il Manzoni – furono usati nel processo penale.

Il critico ripropone e rilancia la ben nota tesi sul «silenzio letterario» di quel Manzoni che, crogiolato sulla meditazione «pestifera», abbandona il genere del romanzo ed evita anche la storiografia (a parte qualche eccezione). Egli avverte, però, che, pur dopo aver affrontato in prima stesura (Appendice della Colonna infame) la storia degli untori, il Manzoni riprende la «peste» nel romanzo. Ciò convince che non prima della seconda stesura della storia sul processo giudiziario (Storia della Colonna infame) il Manzoni «andò in crisi». Se dunque una definitiva soluzione per il «silenzio» è nella Colonna infame, la scelta non si colloca se non dopo che, ripresa la storia della peste nella seconda stesura dei Promessi Sposi, a livello di storia «salvata» nel positivo della carità, Manzoni ha ristudiato definitivamente la medesima storia a livello di «dannazione».

La «parola» predicata e operante si riconferma a proposito della carestia, intorno a cui il critico esamina, sempre sulla base del testo, con le Osservazioni sulla morale cattolica incluse, il concetto di elemosina: strumento di concreta soluzione nelle fattuali circostanze di indigenza e al contempo «segno profetico» di una visione fraterna della società. Di contro stanno il «silenzio» sospiroso dei politici, l’altalena impazzita delle norme e contronorme sgangherate.

Circa l’eros, il critico parte dal contesto biografico-psicologico del Manzoni, analizza le poesie amorose giovanili e, dopo aver lucidamente configurato il tipo fenomenologico dell’amore nel Manzoni giovane, ne scandaglia il senso nel romanzo. L’amore dei «promessi» si muove tra il realismo degli affetti delicati, con la discrezione che si addice all’ineffabile, e il «simbolismo» della comunione spirituale. La coppia è proiettata sul prototipo biblico della sponsalità: «con-vivere» la santificazione.

L’impostazione manzoniana, in campo erotico, è quella di incarnare le idealità emotive nella filigrana del racconto: qui, il silenzio è del narratore; un silenzio, questa volta, profondo e attivo, che «custodisce» nel segreto la parola e la dice a coloro che comprendono la dedizione e 1a totalità d’amore. Affinché coloro che non sanno, non intendano e i sordi non odano: non è, dunque, solo questione di risparmiare al lettore dimostrazioni erotiche ben «naturali» e largamente, quotidianamente, comunemente praticate e note. Per contro, l’egoismo si materia, ancor nell’universo del sesso, nella «chiacchiera» falsa, nel discorso astuto, nell’allusione ingannatrice, nella cosificazione della persona umana, nel rapporto intersoggettivo come puro «processo» individuale, come radicale autoriferimento, in cui anche il dono di sé (la «protezione» offerta da Rodrigo!) è per sé e non per l’altro. Splendidi squarci si aprono, nel saggio, sull’animo innamorato di Lucia: immagini d’un amore che inonda anche il subconscio.

Il volume si condensa in un susseguirsi logico di analisi e di pensiero ricco e nuovo che non concede nulla allo scontato e alla genericità delle osservazioni trite e viete; si appassiona dietro al vero, sia esso storico-documentaristico che psicologico, sia esso letterario che esegetico; si snoda in una prosa forte, scavata, narrativa a volte, a volte sentenziosa, in alcuni punti ironica, altrove «filologica». Non mancano brani dalla difficile lettura: in cui il soffermarsi insegna la metodica della ricerca.
Recensione
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