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Inesauribili risorse dell’opera d’arte e suggestioni del vero vestito a nuovo
Il valore degli «umili» nel romanzo manzoniano

Idealmente, il nuovo saggio del di Ciaccia sul Manzoni si rapporta a quello edito precedentemente e qui già recensito, La parola e il silenzio. In questo secondo volume viene studiata infatti quell’attitudine interiore che rende possibile il servizio di bene, la disponibilità verso gli altri ed il rifiuto di ogni sopraffazione: fenomenologie che, appunto, erano oggetto di La parola e il silenzio, o in quanto affermate, o in quanto negate dai vari personaggi. In Umiltà e francescanità nei «Promessi Sposi», la prima parte insegna il senso dell’umiltà nel romanzo e lo illustra attraverso alcune figure. L’autore sostiene che il valore dell’umiltà nei Promessi Sposi non va inquadrato sociologicamente: cioè, non è da rinvenirsi nella condizione sociale di subalternanza. Con ciò egli solleva il Manzoni dalla denuncia di populismo, già mossagli da Gramsci e ripresa e perfezionata da altri.

Il romanziere infatti ha assentito, è vero, alle «virtù del popolo» con sentimento di ammirazione – ad esempio, nei confronti soprattutto di Lucia, ma anche di altri personaggi –; e per contro, egli ha stigmatizzato alcuni comportamenti del «popolo», ad esempio durante il tumulto di San Martino; oppure ha ironizzato su alcune qualità o presunzioni dei deboli e dei poveri, ad esempio sulle velleità di Renzo; ed ha ridimensionato la bontà di certi personaggi semplici e generosi, come l’altruismo di Bortolo, cugino di Renzo e suo benefattore.

Di costui appunto osserva che l’aiuto offerto al cugino era, certamente, dettato da pietà umana e da spirito di solidarietà, ma comportava anche un ritorno di utile a vantaggio della azienda. Ora, l’accusa di populismo paternalistico mossa al Manzoni consiste in ciò: egli avrebbe esaltato gli umili, ma lo avrebbe fatto come un aristocratico che plaude agli inferiori, cioè con compiacente superiorità e quindi con sorriso benevolo sulle limitatezze dei suoi subalterni. Orbene: tale giudizio è falso, conclude il di Ciaccia. Si consideri, ad esempio, che un identico ridimensionamento della virtuosità dei personaggi è operato nei confronti del Marchese, successore di Rodrigo e grande risarcitore dei danni patiti dagli «sposi promessi». È una pennellata stupenda, quella del romanziere, in cui egli mostra come, tutto sommato, l’aristocratico benefattore fosse, quanto ad umiltà, più un volenteroso, dai risultati insoddisfacenti, che non un buon praticante. L’ironia dunque, che riequilibria il peso dei meriti di ciascuno, non è rivolta solo alla gente di bassa condizione sociale, ma a tutti indistintamente: da Prassede al Borromeo.

D’altra parte, se l’umiltà è assegnata principalmente agli umili sociali, ciò non comporta affatto esaltazione ideologica tendente politicamente a mantenere i subalterni nella loro inferiorità di classe. L’umiltà invero è posta a fondamento dell’operato di un Borromeo, alto prelato e grande aristocratico: l’umiltà, dunque, è una condizione dell’animo, grazie alla quale, esclusivamente ed assolutamente, ciò che l’uomo compie, qualunque cosa compia di buono, può esser buono davvero. Di Ciaccia dedica tre serrati paragrafi, in effetti, al colloquio tra Federico e don Abbondio e tra Federico e l’Innominato: e tutto ciò chiarisce quale sia la sostanza reale dell’umiltà secondo il romanziere.

Essa è la consapevolezza che non è l’uomo colui che è buono, ma solo Dio, e che l’uomo in tanto vale, in quanto, facendo tutto ciò che ha il dovere di fare, attribuisce gloria e lode solo al Signore. Orbene, questa è l’essenza dell’umiltà che è dal critico scorta, con puntuali analisi del testo, nel meccanismo psicologico e nell’attitudine di spirito sia del sarto e di sua moglie, sia di Lucia e, in qualche caso (nella «restituzione dei pani»), di Renzo.

Ecco dunque raggiunta la tesi: l’umiltà è nel romanzo un valore evangelico, e gli «umili» secondo il mondo non ne sono che eventuali portatori. In caso, portatori privilegiati: ma non perché privilegio spirituale sia quello dello stato sociale umile. La condizione sociale è solo situazione occasionale, non già necessaria, perché un uomo sia umile di cuore. Ed era stata proprio questa l’idea di san Francesco d’Assisi – pur in contesti storici e sociali diversi da quelli ottocenteschi manzoniani.

Il discorso sul rapporto del Manzoni con il fantasma di san Francesco è dunque d’obbligo, instaurato dalla stessa riflessione sulla umiltà nel romanzo. Di Ciaccia, con originale e a volte avvincente «filmato» sulle ultime battute della vita di Alessandro e di Francesco, mostra, sul filo dello scrutamento psicologico, come le due anime si distanzino sul piano psico-vegetativo, cioè nel carattere, negli impulsi inconsci, nelle tendenze acquisite. Alessandro è un calcolatore: figlio mai affezionato di un padre affettivamente lontano, ma che, comunque, era trasmettitore pedagogico di una prassi economicistica – in questo senso erano famosi i Manzoni, in Lombardia! –; uomo sottoposto alle pressioni attanaglianti d’un’ossessività fobica che lo inchiodava al timore e al tremore del dubbio incerto, Alessandro fu distante da uno che, come Francesco, anche quando ruppe con il papà, lo fece alla grande; da uno che, come Francesco, battagliò da sveglio e da addormentato – con il gusto del cavaliere ardimentoso, reale o immaginario, fortunato o sfortunato che fosse; da uno che, esistenzialmente, era comunque prodigo sempre, sempre profuso di sé, tanto nel convivio giovanile quanto nell’esultanza, più ponderata, dell’adulto; nel gioco come, poi, nel dolore – che lo assimilò ad un Cristo vivo –; nella corrispondenza d’affettuosi sensi creaturali così come, al tempo della vita borghese, nella ricerca della bella brigata.

Insomma, Francesco fu un semplice e grandioso cantore del «mio Signore» – come il severo amatore soleva dire –; Alessandro fu, quantomeno spesso, preoccupato di fare il calcolo del suo dovere, un ragioniere del paradiso, e non poteva intuire l’abbandono del servo il quale, essendo servo ed essendo peccatore al servizio del giusto Signore, è per ciò stesso sempre uno sbagliato, sempre un errabondo con i propri cenci verso il Re, ma che, proprio per lo stesso motivo, è sempre un felice, sempre uno che è già arrivato: che non si preoccupa se «arriva alla fine». Francesco fu un espropriato che tutto possiede; Alessandro un possidente che tiene il conto di quanto deve ancora dare (intendo, al Signore). Francesco diede tutto, come chi ha già tutto perduto; Alessandro diede tutto anche lui, può darsi: ma, non essendosi abbandonato e perso nella gioia di non poter dare niente di suo al Signore, fatica a dare tutto. Ed ovviamente!

Due brav’uomini, dunque – conclude il critico –: ma completamente diversi nel carattere. Dove Manzoni si reduplica sui contorni di san Francesco “è nel dominio dell’arte, cioè nell’atto creativo per cui lo scrittore, sorpassandosi nell’intuizione dell’umiltà dei suoi personaggi partoriti, sente e s’immedesima, vive poeticamente, con le sue creature viventi nel suo fondo, la letizia della debolezza, la gioia di perdere.

Da ciò inizia la vita in comunione con i personaggi cappuccini dell’opera d’arte. Il critico svolge un puntualissimo studio delle figure francescane del romanzo, ribalta alcuni giudizi tradizionalmente accreditati dai commentatori, scopre novità storiche e documentarie, penetra in molti aspetti dell’universo fratesco: dallo spirito di amicizia a quello della fraternità, dal senso dell’obbedienza a quello della carità, e focalizza infine il «peccato» contro l’umile servizio.

L’autore non tralascia mai d’essere attento al testo: il suo saggio è dunque, alla fin fine, svelamento e spiegazione del romanzo. Egli ne coglie aspetti evangelici e francescani reconditi, ed ottiene questo esito delineando con esattezza e con freschezza i minimi particolari degli episodi concernenti i Cappuccini manzoniani. Si può ben asserire che il libro, importante per gli studiosi del Manzoni, indispensabile per i Cappuccini, è anche utile per il clero.

Recensione
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