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Il presente volume è fondamentalmente incentrato sulle figure dei Cappuccini nel romanzo manzoniano, ad eccezione di quella del padre Felice Casati, oggetto del precedente tomo, La parola e il silenzio. Peste carestia ed eros nel romanzo manzoniano (Giardini editori, Pisa 1987).

Un primo capitolo puntualizza, tuttavia, il valore generale dell’umiltà nel romanzo del Manzoni e ne stabilisce il senso all’interno dello spirito evangelico. Con tale interpretazione il saggista si colloca nella linea critica che, pur affermando lo specifico interesse del Lombardo alla questione sociale nel quadro di un’impostazione liberale e borghese, non richiude l’umiltà nell’ambito sociologico. I personaggi appartenenti alle classi inferiori non sarebbero, dunque, solo espressione di una cultura sociologicamente subalterna, ma sarebbero anche espressione di atteggiamenti spiritualmente superiori: quelli dell’umiltà secondo la visione cristiana. A questo punto, però, il critico avverte che il Manzoni non applica affatto un’equazione tra umili sociali e umili di spirito. Tutt’altro: Manzoni non è populista, come alcuni ritengono. E lo dimostra proprio il fatto che, tra umili e superbi, non c’è uno spartiacque, nel romanzo, in base al ceto, cioè alla condizione di deboli o di potenti secondo il mondo. «La discriminante è in base alla carità. Di Ciaccia esamina dunque alcune figure di umili, come Lucia, Renzo, il sarto e la moglie del sarto. Per menzionare gli aspetti che interessano qui, ricordo le analisi su Lucia e su Renzo: la prima è vista in rapporto a Cristoforo, insieme discepola e modello: il secondo è studiato per la «restituzione dei pani» secondo un concetto che rientra nella giustizia della carità di francescana memoria.

Il critico conclude che l’umiltà rappresenta addirittura non già una virtù tra le altre, ma la virtù che dà forma a tutte quante e che distingue, nel romanzo, l’opera buona dall’opera non buona. Infatti, Manzoni sottolinea un preciso antagonismo, con riflessi anche concreti: l’atteggiamento che si oppone al prossimo, imperversando con il proprio io orgoglioso – dai più piccoli affronti alle più grandi angherie –, e l’atteggiamento che si fa servitore del prossimo. Umiltà e carità, dunque: tutt’uno. Con questo criterio è avvalorato lo spirito francescano; e a proposito dei personaggi cappuccini il critico osserva come i fratelli non chierici, detti laici, non esprimono, neppure essi, di per sé, il valore dell’umiltà. Tuttavia, essi sono in parte favoriti in questo senso, a causa dell’abitudine agli impieghi materialmente più semplici. Di Ciaccia ne delinea un attento panorama in base al testo manzoniano, corredato però dalle Cronache dell’Ordine ed avallato anche dalla legislazione cappuccina.

In questo campo egli modifica profondamente le interpretazioni critiche, che del resto solo in alcuni casi e con sguardo sintetico, negli ultimi anni hanno dimostrato più equa e giusta attenzione. In particolare egli studia la dinamica dell’amicizia francescana nell’Ordine cappuccino, attraverso la figura del padre guardiano di Monza; lo spirito di rustica e saggia fraternità, attraverso il portinaio del convento di Milano; la coscienza delle regole conventuali e insieme la disponibilità d’animo, con spirito di carità, attraverso fra Fazio; la semplicità di cuore, attraverso fra Caldino: il grande ideale apostolico, attraverso padre Cristoforo.

Nell’insieme emerge un’idea di fondo: la forza dei Cappuccini manzoniani consiste nel custodire le tradizioni spirituali di austerità, di sacrificio, di obbedienza e di umiltà: aperte non già al mondo, ma alla fraternità, la quale sola sa scoprire il giusto equilibrio tra l’antico e il moderno.

In concreto: le immagini negative dei Cappuccini manzoniani non derivano da quegli aspetti nei quali finora è parso intravedersi una macchia oscura: ad esempio, nella «curiosità» di fra Galdino (sull’imminente «matrimonio») e nel suo «egoistico» assillo delle «noci» (portar roba in convento!); oppure, nella grettezza mentale di fra Fazio (quello impaurito dalle... donne); oppure, nella battuta mondanetta del guardiano di Monza (quello un po’ euforico per le... donne!); oppure, nella diplomazia traditrice del padre provinciale. Il negativo deriva – sempre secondo il critico – dal tradimento dell’umile fraternità: dove non sopravvince questo sentimento, che può essere gioia, può essere impegno, i personaggi dei Promessi Sposi scivolano verso la logica della sopraffazione: Renzo, nel «vortice» del confusionario coinvolgimento in «piazza»; il padre provinciale nell’interessata «conclusione» egoistica circa il destino d’un confratello. Analisi psicologicamente serrate e al contempo narrativamente godibili svelano il «peccato» del padre provinciale: forte nel difendere l’incriminato, è vinto quando, alla fin fine, difende se stesso.

Di Ciaccia concepisce il limite di alcuni personaggi cappuccini, rispetto al «maggiore» padre Cristoforo, non già come contrapposizione tra «grettezza» e «grandezza», ma come distinzione tra realismo della quotidianità e idealismo dell’eccezionalità. In tal modo egli cambia la prospettiva dei critici che individuavano due mondi in opposizione: quello meschino, o ridicolo, e quello «eroico» di padre Cristoforo. Il mondo francescano è identico, nei Promessi Sposi: che si sfaccetta negli aspetti poveri e semplici, concretati di problemi spiccioli, e nelle dimensioni straordinarie, nelle occasioni difficili. Le due facce si integrano: e non è detto – precisa il critico – che si staglino con nettezza, come fa pensare l’apparenza. Nelle semplicionerie il Manzoni può aver trasmesso un indizio di sapienza francescana, mentre nelle altitudini può avere insinuato qualcosa di insufficiente.

L’indagine perviene a punte di alta tensione descrittive quando affronta il problema della francescanità del Manzoni: come uomo, un Manzoni agli antipodi del carattere di san Francesco; come «poeta», al contrario, all’unisono con l’umiltà dell’Assisiate. Quanto e come lo spirito francescano sia penetrato nelle vene dell’«invenzione» manzoniana è spiegato con riferimento agli incontri tra il cardinale e i diversissimi Abbondio e l’Innominato, ma soprattutto nelle dure sconfitte di padre Cristoforo. Esemplari chiose degli insegnamenti di san Francesco.
Recensione
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