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in: Aplustria A-D (2006)

Con un pensiero ungarettiano sulla Poesia, che è `il mondo l'umanità | la propria vita | fioriti dalla parola', nel marzo del 1992 il poeta di Casale di Carinola, Brandisio Andolfi, edita con Forum Quinta Generazione la sua sesta raccolta poetica, dal titolo La voce dei giorni. Una lunga ricca prefazione, a firma di Vincenzo Rossi, analizza la poesia del poeta attraverso le coordinate spazio-tempo che costutuirebbe `la componente che anima e attraversa tutta la produzione poetica dell'Andolfi, come lo attesterebbero anche `i titoli delle silloge date alle stampe: `Riflusso', termine di cui il tempo e lo spazio determinano la semantica, sia in senso fisico sia in senso spirituale (il movimento, andata e ritorno); "Nel mio tempo", dove si coglie il passaggio dal tempo (la vita) all'insondabile spazio che ci attende oltre il limite del nostro terreno respiro (oltre la leopardiana siepe); "Ai limiti del silenzio", un titolo che invita a riflettere sul discrimine dei due termini (dove si trova ora il poeta) con il mistero, con l'eterno, con il post-mortem, cioè con il silenzio (`il resto è silenzio' dice Amleto gettandosi sulla spada); "Sulla fuga del tempo", altro titolo che, rispetto al nostro assunto, non ha bisogno di commento. Ed eccoci – conclude il Rossi – alla presente raccolta: La voce dei giorni, il cui titolo amplifica e approfondisce la lirica meditazione del nostro poeta sulle due coordinate logico-esistenziali. Intensa, forte, lucida, partecipata l'analisi fatta dal Rossi della raccolta e, attraverso la raccolta, dell'uomo autore di detta raccolta, Brandisio Andolfi, fedele sacerdote della poesia, assertore convinto della sua valenza, del suo valore, valore in cui lo stesso Vincenzo crede. Ecco infatti come chiude il Rossi le sue pagine introduttive sul grande poeta di Casale di Carinola, sulle sue `indubbie capacità di operare nel linguaggio con un modulo ritmico e figurativo di vigorosa efficacia, nelle misure metriche esclusive della sua voce' (p. 9): `... essa (poesia) per noi rimane la creazione più alta, la verità più pura, la libertà più assoluta: e il poeta, questo `vagabondo dell'anima', è stato e sarà, per chi ha cuore e sensibilità di ascoltarlo, il più amabile, il più sincero, il più affidabile degli uomini. E il nostro poeta – fa osservare il Rossi – lo afferma nei due versi che chiudono questa raccolta: `ricchezza inestimabile dell'uomo; | il meglio del mio quotidiano lavoro'. Questa dichiarazione, posta a chiusura della raccolta, è significativa dell'Uomo Andolfi, per il quale la poesia è `quotidiano lavoro', una compagna dunque naturale, familiare, amica, coltivata con amore, nel silenzio, come ci viene detto in uno dei primi componimenti poetici, a conferma di una continuità di pensiero coerente, sincera, limpida, di cui si avverte tutta la freschezza e limpidità. Dice dunque l'Andolfi in quel componimento di p. 12: `Io ho scelto di starmene solo | ad ascoltare la voce dei giorni'.

La solitudine: una scelta di vita `per ascoltare'. Solo nella solitudine attiva, solo nel silenzio, solo `là dove è alto il silenzio | si può ascoltare la voce dei morti, | leggere dentro la vita la poesia'. Una solitudine azzurra, inestimabile: `né fuga, né isolamento, ma un ascoltare e un meditare liricamente sui valori del creato e della Storia: le voci del giorni'. Cinquantatré componimenti, cinquantatré voci strappate `al silenzio del tempo' per affidarle all'arpa dello spirito immortale. A volte bastano poche battute all'Andolfi per creare il miracolo di far vivere il tempo-fiume che tutti trascina nella sua corrente nel nulla: persone e cose e sentimenti. Ma il poeta è colui che sa salpare sulla riva, presa coscienza dell'immenso irripetibile fatto di esistere, dell'importanza inestimabile di essere se stessi, di extrapolare la propria realtà dal fluire irreversibile e sconsiderato del vivere, oggi più di ieri: `Dove corri, uomo! | Fermati un istante! | ... Fermati un istante, uomo! | Tu corri e non pensi | che ti attende alla sosta inevitabile | la morte sul podio inviso | dell'ultimo traguardo. | E non ci sarà tempo per rimpiangere | giorni di sole sopra i campi, | Luci di mare in magici tramonti, | sorrisi di giovinezza dentro la vita. | Il fatto non si ripete, | neppure il morire. (p. 13). La forza di una poesia come questa sta – inutile negarlo – nella sua autenticità. Le riflessioni, le immagini, i motivi, le parole nascono dalla fonte del cuore e si comunicano, piacevolmente, immediatamente, genuinamente, senza inutili velami, viziosi giri di frase, orpelli fastidiosi. Ci troviamo di fronte a un linguaggio – cosa essenziale – di estremo nitore formale che corre dritta pulita alla meta. E' la stretta di mano di chi ti guarda dritto negli occhi. Sono gli occhi limpidi e caldi dell'amico che viene a trovarti per portarli un dono, il più prezioso, senza nulla chiedere in cambio, se non di gradire il dono, per riempire lo spazio del vivere anonimo, per dare un senso al cammino di fede lungo la strada della carità, della democrazia, della libertà di pensiero, di parola, di opinione per tutti. E' un dono quanto mai delicato, in un tempo, quello odierno, in cui `il tragico destino | di un uomo non è più | nelle mani della divinità' (p. 15); in cui l'umanità in generale è `illusa e fuorviata dallo scientismo e dal cittadinismo, che manda vasti e lunghi fragori di plausi da tutta la terra dietro i corpi lanciati da una disumana ecnologia a sconvolgere l'armonia e la vitalità naturale dell'atmosfera, mentre è morta per il mistero fascinoso che scende dal cielo stellato, per il piccolo seme che nel buio della terra marcisce per dare origine a una nuova vita per l'azzurra armonia del fiordaliso, nato dal seme marcito e dal buio della terra, così come fece il fanciullo Brandisio Andolfi nel territorio nativo' (p. 8).

L'ochio dell'Andolfi, a mio avviso, è soprattutto quello del professore di Lettere la cui vita è in consonanza di sentimenti e di idee con la Grande Poesia e a contatto con le nuove generazioni che si inseguono uguali e diverse nei banchi, sulle strade che portano alla vita adulta: come non amarle nel loro oggi così ricco di futuro, nei loro sogni così autentici e fragili, nelle loro parole più grosse delle montagne e più leggere delle chiare nebbioline sul fare del giorno? Sono il futuro dell'Umanità: preziosa argilla da plasmare senza soffocare; sono cristalli da far risplendere delle loro interiori potenzialità per una loro armonica crescita, per il progetto vero dell'Umanità. E sono l'oggi e sono il domani dentro le loro parole urlate, dentro gli slogans sbandierati come trofei, desiderosi di essere se stessi `perduti nell'indifferenza della vita'; `lanciati nel futuro' `sbandierando | rinnovamenti senza rivoluzioni' (p. 18). Ma soprattutto sono immagine di spensieratezza, una spensieratezza dipinta sulle magliette. Sono immagini di gioia, una gioia calata nella foggia dei loro vestiti alla moda `che adesca la loro fantasia', ignari che `l'attimo già vive e muore in un ritmo infinito' (p. 19). Il tempo, in Brandisio Andolfi, ha un ritmo, un suono, un colore del tutto personale: diverso è il ritmo, diverso è il suono, diverso è il colore se ci si trova non tra i banchi, ma sulla cattedra: fortissimo è il contrasto, anche perché là tra i banchi un tempo, non poi così lontano, sedeva anche il professore, che non sempre è stato professore, ma discente impegnato a crescere, così simile a chi oggi `porta ancora negli occhi l'ultimo | azzurro d'un mare che schiuma sulla costa'. Le note lunghe dell'elegia si levano, si assottigliano, riprendono, si smorzano, ritornano a vibrare, perché luminosa è nella memoria del poeta la propria infanzia, con quell'atmosfera calma e riposante di tempi sorridenti e felici. Per sempre cari sono luoghi e profili di strade, di mari, di città (Formia) di compagni e persone e più è perdutamente vivo quel mondo, più è motivo di desiderio, di amore, di sogno: `Non so mai in quale letto | giaccio quando la notte | ti rivedo in sogno | ed invano cerco di tenerti dentro | appena l'alba | mette in fuga le stelle' (p. 43). A volte... A volte l'elegia diventa canto disperato: inutile il tentativo di `calare nel fosso | della memoria tutti i ricordi | e seppellirli in una bara di dimenticanza'. Il tempo: una volta realtà come tante, oltre fuori il proprio orizzonte. E ora... affacciato alla finestra, lontano, dentro il silenzio della notte, difficile capire i racconti di chi fa notte in città, standosene impalato in crocchio, sotto la luce fredda dei lampioni, ai margi ni della strada (p. 20). Difficile capire, e non perché non si riesca ad afferrare il suono di quelle voci, ma perché si sono conosciute quelle illusioni e le inevitabili delusioni dell'esistenza, sorretti solo `dalla disperata abitudine', `troppo lenti per il futuro, senza il passato, senza `amici con cui parlare' (p. 14). Sono le punte più acute di una sofferenza indicibile in una vita che pure è una favola davvero stupenda, troppo bella per andarsene, nonostante la caduta grave degli anni e delle stagioni. Sentiamo questi versi conclusivi di una straordinaria lirica dal titolo "Promesse d'autunno" (p. 22): `Sopra campi preparati a nuove promesse | l'autunno sotterra semi di speranza | nel cuore dell'uomo e della terra: | germoglieranno nella stagione dell'amore'. Ottimamente Vincenzo Rossi nella Prefazione parla di questa capacità dell'Andolfi di stupirsi sempre e ancora davanti al fluire degli eventi: Il valore della sua poesia sta proprio qui, nell'aver saputo conservare la purezza dello sguardo e del sentimento: nel potere ancora oggi, in tanti fragori di metalli, di macchine, di fumi asfissianti, guardare il Creato con l'occhio e l'animo del primitivo e del fanciullo', con l'occhio cioè caro agli dei e agli umani. E' il fanciullino di pascoliana memoria, quello che permette che un uomo sia Poeta, perché Poeta non è già un essere fuori dell'Umanità, ma è colui che scende nelle strade per istruirsi e apprendere con umiltà (la sua grandezza) ciò che i libri non sanno o non vogliono dire. Così a p. 24: `Un bambino ti passa accanto | scalzo e sporco, | attira la tua attenzione | e ti sferza dentro | più che un vento gelido | in una gola di montagna. | C'è bisogno di vedere anche questo, | di conoscere la vita inquinata | che ti scorre intorno, | che ti offende profondamente | mentre il tuo interlocutore | non ha capito niente. | Se scendi nella strada | impari a leggere dentro l'uomo, | ad istruirti sull'umanità, | ad apprendere ciò | che sui libri non puoi'. Brandisio Andolfi sa scendere e apprendere e comunicarci i suoi umanissimi messaggi: per lui infiniti sono gli insegnamenti, perché per lui tutto è motivo di poesia, di trasposizione lirica, di commozione e di ammonimento. I momenti della rassegnazione (p. 27): `Neppure tu, Supremo Giustiziere, | potesti separarli nella violenza: | ti corrucciasti in viso e niente | facesti per mutare il volere divino | che segnava in eterno dell'uomo | l'immutabile destino') si alternano con quelli più numerosi della volontà di miglioramento, di un progresso più vero: a misura d'uomo, di avanzamento sociale: "... è nel silenzio vigoroso | della serena vita francescana | la voce più alta della umana speranza: | e quest'uomo non è sordo al suo grido (p. 28). Brandisio Andolfi: una voce: la voce dei giorni, una voce d'amore che sa farsi grido, grido per fustigare tutte le sordità: l'odio, la violen za, soprattutto quella sui bambini, sui diseredati... E' la voce di chi ha guardato le stelle infinite del cielo e in esse ha riconosciuto l'essenza della vita e grida: `Vivi per aiutare la vita!' (p. 30), per abbattere la miseria con i suoi `nitriti di morte', per far trionfare l'amore in una società troppo presa dal suo folle andare `al di qua dello stupore della luce'.

La voce dei giorni è il battito di un cuore che batte all'unisono con quello dell'infinito; è una denuncia e un distacco, un respiro d'azzurro che porta a Dio `principio di ogni perfetto cielo', Colui che `tutto regola | col suo divino amore' (p. 48). E' un atto di fede, quella fede che `rinfresca l'anima | come la brezza montana | dopo un temporale estivo'. E' una raccolta piena di colori, piena di vissuto, una poesia che sa spingersi al limite del memoriale, là dove inizia `l'orizzonte del Mistero' (p. 47), l'immenso.

Recensione
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