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In “I preludi” Pietro Nigro esprime l’acuta, sofferta sensibilità degli anni adolescenziali; le tensioni e le inquietudini, ma, soprattutto l’emozione e il fascino suscitati, in lui, dalla musica. Si tratta di “fogli” appartenenti a una stagione lontana, raccolti e pubblicati, ci dice l’Autore, in quanto egli è convinto del fatto che “Per gli adolescenti l’Arte (e, in particolare, la musica, la poesia) sia un antidoto all’insicurezza propria di quegli anni”. Pietro Nigro, infatti, diciassettenne, scrive: “Quando eseguo un brano al pianoforte svanisce questo mondo di dolore e mi addentro in un mondo di chimere … ritorna, in me, la gioia. Se eterne fossero quelle melodie gioirei in eterno”. In queste pagine si incontrano, inoltre, le prime personali intuizioni giovanili; estrinsecate in formulazioni categoriche: “Nella felicità sta il fine dello spirito” sino alla percezione dell’”infinito” e di “corpi celesti abitati, o che lo sono stati o che lo saranno”.

Nei primi tentativi di racconto ci troviamo di fronte a uno stile via via più sicuro, non scevro da un atteggiamento, a volte, giovanilmente “monitorio”. Di essi ricordiamo l’attrazione della montagna, il fascino della sua luce e della sua durezza mentre l’autore si emoziona al suono remoto di un violino in fondo al bosco, su cui un giovane solitario ritma il “largo” di Tartini. Giovanilmente intrise di echi leopardiani sono, invece, le poesie in cui ritorna il richiamo del mistero e trova risalto l’invito al senso di umanità, a stringersi tutti in un abbraccio per superare il “mal cammino”.

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