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Data la sua concezione scientifica sul mondo, Pietro Nigro sente con quest’altra opera un estremo bisogno di scrivere e di meditare con i suoi versi. Tutto quello che noi vediamo sulla terra non è un miraggio, ammantato da svariati colori, sintetizzati dall’illustrazione o pittura di Arabella Capodieci, che s’intitola appunto Miraggi. I vari colori distraggono l’uomo sulla terra.

Facendo una ripartizione delle sue poesie, dopo una lunga prefazione di Pino Amatiello il poeta distingue: I segni del tempo n. 2 (1976-79), Il deserto e il cactus n. 2 ( 1980-81), Attese (1982-89).

Si direbbe che questa ripartizione segua un po’ l’itinerario della produzione poetica di Pietro Nigro. Leggendo le varie poesie noi vediamo il poeta immerso nella vanità delle cose terrene, sia quando descrive dei paesaggi in brevi tratti sia quando dà sfogo ai suoi sentimenti dell’animo: su tutto egli vede la nullità dell’intelligenza umana, che, consapevole di ogni cosa, dà molto a soffrire sulla vanità delle cose umane.

La seconda parte è pervasa da uno spirito di ricerca del poeta: egli sembra enumerare tante cose vane, ma al poeta piace molto sognare onde sfuggire dal reticolato di cose vane, sostenuto dalla sua visione celeste che cerca di salvare la creazione in un mondo perduto.

Nella terza parte vi è uno spirito di attesa “di morbidi guanciali | di pensieri senza ali | mentre soffia il vento nelle strade solitarie”. Egli chiama questa terra “un’isola cosmica che tutto divora, mentre la gente ignara si dà ai balli e alle feste”.

C’è catarsi, resurrezione e riscatto in questi versi: vi è soprattutto la presenza dell’uomo, l’anima dell’uomo del nostro tempo. Il verso del poeta si colma di immagini concrete e smaglianti: una poesia colma di fantasie e di immagini dove il poeta evoca con un linguaggio familiare tante cose care alla mente umana.

Dignitosa la veste editoriale con una pittura a colori sulla copertina.

Recensione
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