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La ricerca artistica di Maria Grazia Lenisa non conosce sosta: procede, con l'entusiasmo di sempre, in un dinamismo generato dall'innata capacità di muoversi in perfetta sintonia con il flusso prepotente della vita, proiettato, con perenne e indecifrabile tenacia, in avanti e verso l'alto. Più che per graduale evoluzione, la poesia di quest'amante inguaribile e fedele di Rimbaud cresce e si trasforma per continue "rivoluzioni" che esplodono improvvise e salvifiche, di volta in volta, come magma impetuoso dalla sua anima generosa e vulcanica, ricca di inesauribile e benefica energia. E crea "scandalo", realizzando in pieno l'intenzione di chi, sorretta da una fede profonda nella parola, riesce a dominarne l'incommensurabile potenziale con la sua alessandrina e disarmante sapienza. Uno scandalo mai gratuito e osceno bensì sempre funzionale al progetto i cui obiettivi sono: scuotere, sconvolgere e coinvolgere, provocare epifanie, trascinare il mondo verso oceani di luce capaci di guarirne l'anima debole, dubbiosa e malata. Matteo ha ragione: "Necesse est enim ut veniant scandala." Perché la vita stessa è uno scandalo. La poetessa ne è convinta, quando dice: "È la vita inodore, sotto vuoto, lo scandalo | che offende, | forse il gioco | di un 'Alessandria che non muore mai | o di androidi creati dal calcolo di una vita | che rifiuta la morte" (Lo Scandalo).

In questa come in tutte le altre poesie della raccolta L'ombelico d'oro, edita da Bastogi nel 2003, con prefazione di Giorgio Bárberi Squarotti e note prossemiche di Rossano Onano, trionfa, più e meglio che nelle opere precedenti, un Eros intenso, palpitante e totale presente nelle creature e nelle cose e in attesa di essere ascoltato e compreso nella sua folle e focosa battaglia contro il ghiaccio che incancrenisce l'inutile cuore di Thànatos. I versi sono belli, forti, prepotenti, e anche, a volte oltre misura (ma questo non è il frutto di cadute o del caso bensì di un preciso disegno legato alla natura stessa del messaggio), irridenti, beffardi, ironici sino all'esasperazione. E anche: impeccabili, perfetti nella musica che li attraversa come spirito guizzante e vivo nel cristallo caleidoscopico che ne moltiplica all'infinito i significati, ubriacando di pensieri e di rimandi il lettore, fino a mozzargli il respiro. Una musica, come quella che governa le stelle, i pianeti e tutto ciò che naviga nella meraviglia senza contorni e orizzonti dell'universo.

Dentro la magnifica "città di Alessandria", oltre il vetro duro e sottile che separa le cose fragili e banali da quelle intramontabili e autentiche, c'è il libro dei libri, quello che contiene, nell'immobile magia delle sue pagine dorate, il senso e l'essenza del grande segreto del "vento" che alita nelle creature cadute, inconsapevoli e impreparate, in una Storia dove muoversi genera pena, se mancano stupore e devozione nei confronti del Mistero.

In uno stesso "spazio", al riparo dalle ingiurie del tempo, hanno dimora Omero, Callimaco, Saffo, Alcmane, Catullo, Ovidio, Dante, Foscolo, Rimbaud (che svolge la funzione di Gran Sacerdote), Eliot, Campana, Luzi (con buona pace di Asor Rosa), Squarotti... E, con essi, tantissimi altri ancora timidi, nascosti, timorosi di apparire irriverenti nei confronti dei colleghi "consacrati" e tuttavia altrettanto grandi e capaci di proteggere e di difendere la purezza del "dire". Nell'incorruttibile Alessandria, la città della grande utopia, la poesia vive in piena libertà e si fa voce incantatrice di Dio. Una voce, all'inizio, incomprensibile, straniera, che, giungendo da dimensioni lontane, si lascia catturare poco per volta, per frammenti, solo da chi è disposto a tacere, ad abbandonarsi e a lasciarsi penetrare dal suo fuoco che, come spada rovente, penetra nell'anima, possedendola e impregnandola di sacro seme, droga eccitante, generatrice di convulsioni indomabili, febbre, delirio... E, nel delirio, ha inizio la danza delle parole che, gravide d'amore e di gioia, spezzano, finalmente, le catene di una logica ipocrita e perversa che le snatura, facendone cupo veicolo di dolore e di solitudine, nemico del dialogo e dell'incontro.

Nell'anarchia consapevole e con rara maestria "costruita" di un linguaggio destrutturato, Maria Grazia Lenisa riesce a muoversi con disinvoltura. Il delirio è la "forma" adatta a esprimere l'inguaribile follia che le fluisce nelle vene, donandole la facoltà di "vedere", oltre l'inganno delle apparenze, il punto dove tutte le cose sanno farsi "una", in una sorta di amplesso universale, un'orgia di gioia che riesce a fonderle, ad esaltarle e a farle cantare. La creazione poetica è tutto questo. È calore contro il gelo della morte e dell'angoscia, è forza, Eros, Cristo, alfa e omega, inizio e fine di tutto. Dietro la religiosità "delirante" della scrittura ci sono gli eroici furori di Bruno e la visione del mondo di Teilhard de Chardin. Di quest'ultimo, soprattutto, si ritrovano tracce e segni ben precisi. Il gesuita paleontologo e "poeta", l'autore de II fenomeno umano e de L'ambiente divino, fa riferimento nei suoi scritti al Cristo totale (il figlio di Dio più tutti coloro che si sono centrati in lui e che costituiscono con lui il corpo mistico) e al Cristo umanizzatore (divenuto, mediante l'incarnazione, il centro promotore di tutti i valori umani). Lenisa vede Cristo allo stesso modo. Fa di più. Se ne innamora„

L'ombelico d'oro, dunque, partendo dalla rivoluzione e attraversando gli impervi sentieri del delirio, si configura, infine, come il libro della rivelazione. In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. È questa l'unica grande verità in grado di fornire una risposta convincente alla domanda di senso che si leva dal corpo e dalla mente dei viventi. Solo la parola è in grado di rigenerare il mondo. Basta porsi in ascolto, coglierne la potenza e il valore. E poi proteggerla dalle aggressioni della menzogna, restituendole la dignità. Per farsene custodi e strumento. Per tirarne fuori la musica che consola. E che, soprattutto, guarisce dalla viscida peste dell'odio e della prevaricazione che, oggi come ieri, continua a contaminare col suo spiacevole lezzo gli uomini e le cose.

Quello di Maria Grazia Lenisa, ancora una volta, è un prodotto letterario originale, fuori dagli schemi, creativo e convincente. Libero da ogni sorta di lamento dozzinale, scanzonato, incline alla salutare risata e alla battuta graffiante, sconcertante e provocatorio, inadatto alle orecchie caste, ottuse e bigotte di chi, incapace di umorismo e di auto ironia, leggendolo avvertirà il bisogno purificatore di segnarsi la fronte: per evitare l'immondo contatto col peccato e con un linguaggio che gli parrà irriguardoso e blasfemo, se non addirittura il frutto diabolico di una mente segnata.

Ma il libro della Lenisa, a chi riesce a sollevare la maschera che, per pudore, nasconde, dietro un sorriso ben controllato, il messaggio racchiuso nei versi, appare per quello che è: un'opera che, in linea, sia pure con il "guadagno" di un'ennesima rivoluzione, con le precedenti, continua a narrare la vita con il suo bagaglio, indistruttibile e gravoso, di inquietudini, paure attese e speranze... Ne sono testimonianza limpida ed emblematica i versi di "Addio, Alessandria!": "Lei si è nascosta, uccello paradiso nel fogliame | più fitto, non un grido conoscibile s'apre, ha fatto | il nido sull'orlo di un cratere sconosciuto. | Illumina il bagliore di un altro sito e scoppia dentro | l'utero terrigeno, la fontana di fuoco. | Appollaiata la città è inghiottita, scoppia in lapilli, all'intorno fa luce, | le stelle dei poeti in alto brillano, coronano la notte".

Recensione
L'ombelico d'oro
poesia 
Autori
Maria Grazia Lenisa
Edizione:
Bastogi Editrice Italiana
Foggia 2003

Presentazione di Giorgio Bárberi Squarotti. Appunti prossemici di Rossano Onano - pp. 120
prezzo: € 8,00

Recensione a cura di
Pubblicata su:
Pomezia Notizie nr./2005
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