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La semplicità del quotidiano nelle poesie di Emilio Gallina

Liscia una nitida traccia nell'anima, la lettura di Galaverna, silloge delle liriche in italiano di Emilio Gallina, poeta trevigiano noto anche per le sue composizioni in dialetto. Una silloge corposa e complessa che raggruppa scritti appartenenti ad un ampio arco di tempo (un ventennio, almeno, pare di capire).

Premessa necessaria per dire che l'avventura esistenziale del poeta trevigiano si propone qui sulla filigrana di una esperienza personale che va colta in modo dinamico, al di là del tono pacato che sembra alimentare il livello mediano dello scrivere. Perché, alla fine della lettura, ben oltre la sensazione di un verso che sa distendersi con ampie volute, resta in qualche misura irrisolto il quesito su cosa si radichi la forza (il "peso", verrebbe da chiedersi) della poesia di Gallina.

La spiegazione che ci viene in niente (in modo del tutto provvisorio e in attesa di conferme – o smentite – ulteriori) parte dalla mirabile capacità che il poeta possiede di inventariare gli oggetti che cadono sotto i suoi sensi o si affacciano alla finestra della memoria; Gallina comunica, con esiti spesso notevoli, il suo stupore (ma anche, in una singolare dialettica, il suo disincanto) nello riscoprire ogni giorno quegli stessi oggetti.

E anche la capacità di catalogare gli eventi che segnano l'esistenza. E non necessariamente nella cronologia della loro successione, ma scomponendoli, rivisitandoli, ricomponendoli in un ordine diverso, nel tentativo (questo è, forse, il bersaglio ultimo della poesia) (li attribuire loro un senso, di trarre, se possibile, una lezione.

In questo sforzo di sistemare, di riordinare Gallina divide la silloge in tre sottotitoli (Le stagioni, i mesi e i giorni; Angoli, siti, paesi e città della serenità; I luoghi e i tempi della mestizia: non sfugga la contrapposizione del secondo e del terzo). E se la galaverna che dà il titolo al volume richiama paesaggi invernali e surreali, a noi pare che la poesia-racconto di Gallina sia lambita e accarezzata da una luce soffusa che illumina ciò che vuole e contemporaneamente circoscrive zone di ombra e di pudore in cui la rivelazione di un dolore o di una gioia hanno la brevità calcolata di un lampo.

Come in Pettirosso (esempio che privilegiamo, perché molto ci ha colpito, tra le altre cose, il bestiario del poeta trevigiano, fatto di rondini dalla bizzarra primavera, di agnelli segnati dalla pazienza, di gabbiani esuli): "Dalla siepe | un batuffolo grigio | rotola | sul torpore | del prato. | Sa delle briciole. | Pettoruto | ci guarda | il pettirosso". Straordinario: forte e leggero ad un tempo.

Recensione
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