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Nella raccolta di poesie Questo resto di giorno emerge la maturazione poetica di Emilio Gallina

Dieci anni dopo Galaverna (1998) e dopo tre sillogi in vernacolo, il poeta Emilio Gallina ritorna ai versi in lingua con Questo resto di giorno(prefazioni di Arnaldo Alberti e Bruno Termite) che coinvolge nelle misure e nei modi di un'opera matura, di un itinerario culturale e poetico percorso con consapevolezza alta. Gallina mette a fuoco con lente ormai limpida tematiche consolidate del suo mondo poetico (la cerchia degli oggetti e delle persone che segnano e popolano la sua quotidianità) e propone una poesia fortemente cadenzata da silenzi e pause, con un ritmo proprio degli spazi interiori che rimanda senza interruzione da una lirica all'altra. Un filo che non si interrompe nemmeno quando la prima sezione più esplicitamente autobiografica (Il tempo già mio) lascia la pagina alla seconda (Terra e gente) che allarga l'orizzonte fisico e morale del suo dire.

Per disegnare tale magmatica (ma coerente: in modo misterioso tutto questo avviene nel regno della poesia robusta) geografi spirituale, Gallina ha percorso la strada difficile (ma, forse, di questi tempi l'unica possibile), detta rarefazione del linguaggio, dello scavo della parola, del prosciugamento della frase poetica. Con immediatezza autentica: il prosciugarsi della parola è segnale ampio dell'aridità dell'esistenza che solo la parola stessa può riscattare. Esattamente nei momento in cui il poeta inizia il suo discorso, o lo riprende, o nel momento del silenzio raggiunto – allude alla promessa di un suo nuovo dire. Perché è chiaro che la poesia, oggi, può consentire solo rappresentazioni parziali, frammentate, talora perfino balbettanti (ma non è che su altre frontiere del dire e dello scrivere vada meglio, anzi). E così, quando Gallina, si chiede (e chiede) "Si può rammendare il destino?", questa non è solo una domanda esistenziale, ma anche una vera e propria dichiarazione di poetica. Come si può rispondere a domanda tanto impegnativa ed estrema?

Gallina parla di illusioni, di mancanza di certezze, di ipotesi. E anche di speranze. La speranza peraltro è un lusso eccessivo e magari controproducente perché "il filo della speranza | cuce desideri, | rammenda illusioni | non il destino". Già, il destino non si rammenda, non si rimette insieme. Gallina nel titolo cita in modo trasparente il bel romanzo che l'inglese Kazuo Ishiguro pubblicò nel 1989 (Quel che resta del giorno) e pur nella lontananza totale di contenuti e modi, ne riprende il significato profondo che è poi il disagio che attraversa l’intellettuale moderno: il correre sfrenato del tempo, l'impossibilità di conoscere la meta e l'inadeguatezza di chi cerca di decifrare il senso di tale corsa. Se una zingara cerca di l’eggergli la mano, il poeta la ritira e dice di non voler sapere (si affida ad un disegno "altro"), i suoi giorni sono marchiati a fuoco dalla frenesia, sente vicina la terra/madre che lo accoglierà. E quando la furia della natura abbatte il vecchio ciliegio (le radici al cielo) non resta altro che la ritualità inconsapevole del girotondo dei bambini. Emozionano, così, le ultime pagine in cui Gallina dedica versi (e dedica se stesso dunque) alla cerchia di amici o persone in cui ha trovato echi della sua indagine spirituale. Lo stare insieme, tra donne e uomini assorti nel pensiero del destino, è una buona ricetta per sopravvivere.

Recensione
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