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Paolo Ruffilli abbandona per un attimo la sua amata poesia per tuffarsi in un romanzo L’isola e il sogno (Fazi). Nell’anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia l’autore realizza un ritratto di Ippolito Nievo (a cui aveva già dedicato un saggio) che morì proprio in quell’anno (1861) e al servizio della nazione nascente.

Ma se Nievo fu patriota, partecipò alla spedizione dei Mille e nutrì certo nel proprio animo l’impulso, la speranza e l’azione alla formazione dell’Italia, Ruffilli ne delinea più lo stato d’animo intimista e l’educazione sentimentale.

L’autore è maestro nel riportare i sentimenti del giovane uomo (Ippolito aveva trent’anni) che appaiono così naturali come il protagonista li avesse pensati veramente. E altrettanto magistralmente Ruffilli rappresenta climi e umori di luoghi lontani tra loro come il calore di Palermo o le brume di Mantova.

E’ una gioia per il lettore sprofondare nei colori, negli odori, nelle prelibatezze della città siciliana; nella pigrizia dei suoi abitanti visitati dallo scirocco; nella solarità, nell’opulente abbandono di Palmira, la ragazza che Ippolito arriva ad amare e gli fa scoprire le delizie dei sensi e gli fa scoprire, di nuovo, che i sensi non sono separati dal sentimento.

Come Ruffilli ci fa capire ( fosse lui stesso Nievo) il sentimento più cerebrale (non diremmo più spirituale) per Bice, la donna lasciata al Nord, l’amata a cui non può congiungersi carnalmente perché moglie di un cugino cui è molto affezionato.

C’è anche spazio per Matilde, l’infatuazione dei vent’anni, quando sfiorarsi con la mano e congiungersi con la fronte rappresentava il paradiso.

Forte è l’amicizia maschile per Ippolito Nievo, che non si abbandona mai però troppo alle confidenze con gli amici e l’amarezza per il rifiuto del suo romanzo Le confessioni di un italiano nel quel è adombrata la figura dell’amatissimo nonno Carlo e verrà poi pubblicato postumo col titolo “Confessioni di un ottuagenario”.

Si parlava di questo nonno Carlo. Molto ben tratteggiata da Nievo (o da Paolo?) la figura di questo avo che lo porta a visitare la Verona più significativa (parecchie pagine sono dedicate proprio alla nostra città), quando Ippolito frequentava il ginnasio qui. Il nonno Carlo gli insegnava a coniugare la narrazione, la fantasia con i numeri, ecco perché Ippolito diventa un letterato, ma anche un ragioniere, lavorando all’intendenza di Palermo per conto del nascente Regno italiano.

Intanto, ci addentriamo, ma in secondo piano, a nostro avviso, nella storia del Risorgimento e dell’Unificazione d’Italia, dalla Spedizione dei Mille in Sicilia alla proclamazione del Regno.

Ippolito lavora sì e con lena, amore e fede alla formazione della nostra patria, ma , sempre a nostro avviso, i pensieri dentro di lui sono più personali e pregnanti. Ama il suo Nord o questo nuovo Sud così lussureggiante e sontuoso, che prima detestava, e si possono amare due donne, Bice Melzi d’Eril, a cui aveva giurato affezione eterna e che somiglia come una grigia perla, un merletto alla propria madre e l’ardente Palmira con l’incarnato color caffelatte, gli occhi splendenti e il passato di schiava?

L’andarsene dalla Sicilia sarà una partenza definitiva, come prima era sembrato, o vi ritornerà e allora sarà davvero L’isola e il sogno come dice il titolo dello splendido romanzo?

La scrittura di Ruffilli è sontuosa, ricercatissima senza farlo pesare. Forse solo un poeta altissimo può esprimersi così, forse la vena e la forma gli vengono dal lungo esercizio della lirica.

L’isola e il sogno, che è costato ben dieci anni di lavoro, ne vale la pena. Leggetelo.

15 marzo 2011

Recensione
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