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Improvvisamente fu buio e freddo, le montagne scomparvero dietro una nebbia fitta e larghi goccioloni presero a cadere. Io che spesso mi lascio influenzare dai cambiamenti atmosferici, pensai che le lunghe ore per leggere non me le avrebbe tolte nessuno, non sarei stata spinta a uscire, a incontrare amici, a entrare nei caffè, nemmeno a frequentare il Posta dove c'è ancora gente.

L'autunno... Avevo pronunciato questa parola, seppellendo l'estate che, fino a ieri, sembrava la tardiva sovrana di Cortina d'Ampezzo, tanto il sole sfolgorava, così da permettere abiti e scarpe leggeri. Alzai il termostato che è nell' ingresso e dopo un poco il tepore si diffuse nejl' appartamento, condizione essenziale per starmene tranquilla con un libro tra le mani, girando una pagina dopo l'altra, dimenticando le lancette dell'orologio. Una pigrizia letteraria dolcissima, un ozio fervido di conoscenza, qualcosa che mi riportò indietro nel tempo, perchè leggevo la Vita di Gino Rossi, scritta da Antonio Chiades, edizioni Amadeus.

In casa, a Venezia, ho un disegno dell'artista che era rinchiuso in manicomio da molti anni; sono segni neri e violenti su un foglio di giornale, un pezzo di carta del 1945, dove Gino Rossi annotò la sua disperazione. Ho sempre tenuto quel ricordo con rispetto, me lo regalò Carlo Cardazzo, quando nella sua Galleria del Cavallino organizzò una mostra con opere regalate da vari artisti, che furono vendute e con il ricavato Rossi potè passare dal reparto comune a quello dei dozzinanti.

Io non sapevo bene che cosa significasse quel cambiamento ma poi mi venne in mente un episodio della mia infanzia, quando in un gruppo di persone in vacanza nell'entroterra ligure, sorse la voglia di visitare a Cogoleto l'istituto dove erano rinchiusi i matti. Mia madre, mia sorella e io, fummo coinvolte in quella che credevamo una gita, mentre fu invece una visita all'inferno, all'orrore. Noi bambine, con altri ragazzini, ci trovammo a guardare visioni spaventose che, nelle notti successive, continuarono a tormentarci. Gino Rossi, anche lui, stava in un luogo simile, era abbruttito tra altri malati, senza più dignità, pulizia, cohtrollo.

Chiades, con la sua prosa chiara e facile, racconta anche questo. Accompagna il suo protagonista nella storia della vita, lungo il filo che si dipana, e si aggroviglia, tortuoso, doloroso; ne ha una sorta di «pietas» altamente cristiana, pur restando obiettivo. E' un libro che va oltre il romanzo; il lettore lo scorre direi avidamente, perchè l'abilità di Chiades ha una dote preziosa: l'amore per il personaggio, dichiarato fin dalle prime righe.

Vedrei un film o uno sceneggiato tratti da questa biografia; Gino Rossi potrebbe avere molta presa sul pubblico come la ebbe Ligabue; e poi ci sono gli ambienti, c'è l'isola di Burano dove gli artisti si trovavano, ci sono le stagioni felici dell'inizio, c'è l'affetto per una donna, il sentimento dell'amicizia, Venezia con Ca' Pesaro, le illusioni della giovinezza, la voglia di fare, di dipingere sempre più e sempre meglio, ci sono i viaggi all'estero, a Parigi, in Bretagna, gli incontri, un mondo in apparenza sterminato.

Ma ecco la parabola che discende, Gino Rossi entra nell'abisso dal quale non risalirà più, e nessuno lo aiuterà a venirne fuori. Medici e infermieri, gelosi custodi dell'ammalato, depositari di una realtà senza sbocco, le giornate che precipitano, e lui, l'artista a disegnare, su pezzetti di carta stampata, quelle linee astruse, quelle invocazioni di aiuto inutili, se tutti noi riuscimmo soltanto a farlo mettere in un reparto appena migliore, pagando denaro ma non dandogli affetto, non amicizia completa, capace quindi di rivoluzionare quanto la legge aveva stabilito, la legge umana voglio dire.

Nessuno di noi comprese fino in fondo quel dramma. Adesso che sono cresciuta me ne accorgo. Non lo intuirono i critici, i poeti, i galleristi, gli altri pittori e quindi non seppero autorevolmente intervenire. La pazzia fa paura, in quegli anni poi sembrava immonda, una lebbra morale che poteva contaminare chiunque, e nessuno osò un gesto di forza, strappare 1' artista a quella croce sulla quale era inchiodato.

Lessi tutto il libro, e quando lo finii mi dispiacque. Ma sentivo da quelle pagine venir fuori tanti insegnamenti, la figura di Gino Rossi continuava a essere viva. E l'autunno che incominciava, con le sue nebbie, e qualche malinconia, mi appariva naturale e accettabile. Perché la poesia di una esistenza unica, quella di un artista sensibile, che la sofferenza aveva schiacciato, ritornava dall'ombra, da quella «lucidissima follia» a dirci con semplicità: «Sono qui». Sulla bilancia c'erano i suoi quadri inquieti, che cercavano la luce.

Recensione
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