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Brevi sospiri dell’anima, attimi d’intensa spiritualità quotidiana, segrete aspirazioni del cuore sono i sentimenti da cui scaturiscono i versi di Cristina Contilli, raccolti in un “Piccolo desiderio di felicità”, come recita la frase che dà il titolo all’intero poemetto. E’ un limitato desiderio d’infinito, letteralmente la mancanza di stelle (de-sidera) infinitamente lontane, il motivo di fondo dell’opera, annunciato in epigrafe con l’immagine poetica tratta da Pavese: il brillare della stella del mattino nella luce dell’alba. Ed i versi della Contilli recano in sé l’incanto dell’inizio, il nuovo mattino, nella cui luce lo sguardo poetico trattiene la contingenza del presente e la trasferisce in “impressioni” artistiche, immagini liriche così vicine e simili alle “impressioni” pittoriche su tela, a cui richiama il disegno di copertina del volume: il giardino della casa di Monet. E’ la sua una poesia di stile impressionista, se così si può dire: raffigurazioni di paesaggi dai toni sfumati: “cieli grigi”, “strade silenziose”, “palazzi | con i colori smorzati”, “nostalgia… dopo la fine della pioggia”; evocazioni di chiarori crepuscolari: “Su una terra arida e silenziosa |… la luce dei nostri mattini”, “il lieve sorgere della vita in un’alba | d’inverno”; brevi ritratti di quadri cittadini: “dal vetro di un autobus”, “i passi delle persone | nel vuoto tra i sedili | e nella discesa sui gradini”, “il buio dell’asfalto”, “occhi sconosciuti”, “gocce di luce | … | nelle pozzanghere | riflessi veloci | di macchine | che si allontanano”. Nella poesia di queste immagini gli “orizzonti di altri dolori” sono già stati rimossi ed annullati “senza lacerazioni” in quella “luce del cuore”, che è l’interiorizzazione di un'altra luce, lo splendore dell’Eden, il luogo d’incanto del nostro inizio, il “giardino”, l’oasi verdeggiante che la lingua iranica nomina “paradiso” (pairadaeza), il giardino infinito, sintesi di bellezza assoluta e felicità infinita, a cui il nostro desiderio finito da sempre aspira.

Recensione
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