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Lucia Ballerini
Franca Vinazzani
Francesco Mandrino

MMA Multimediarte – Sezione letteraria gramma – Officina di Poesia

Leggendo questo lavoro di Danilo Mandolini è impossibile non sentire brividi a pelle, soprattutto nelle poesie più brevi, per l'incisività e la folgorante bellezza di questi versi. Ritmo sostenuto e utilizzo di un lessico ricercato sembrano essere parte integrante dello stile di questo autore, dove gli aggettivi, frequenti senza risultare ridondanti, aderiscono alle circostanze ed evidenziano il lavoro di ricerca perfezionistica che lo ha preceduto.

"nella sfocata e persa memoria,
l'incessante lamento delle onde" (p. 18)
e ancora di più
"di un più freddo e più sporco ghiaccio:
le ruvide dita di domani,
le rare estasi di oggi..."(p.22).

Depositate qua e là, espressioni forti (quasi verdetti) fredde, quanto intense. Anche "un raggio di sole" è spada tagliente, dito alzato di Dio, "è colpo fendente dell'aria" (p.16).

Il libro è fatto di immagini che forse ambiscono a richiamare considerazioni; certamente da esso sono suscitate figure sufficientemente nitide ma mai eclatanti, mostrate, ma mai esibite. Per quanto inatteso, ciò che ci mostra sa sempre di stantio, di annoiato deja vu, di cose già dette:

"Rimarrà la porzione più discosta
di un'incompiuta tranquillità
a guardia di vecchie finestre scrostate,
di pezzi di vetro che a stento riflettono
e di parole già dette
che sopravvivono ancora,
fredde."
(p. 15).

Il compiuto pamphlet di un'incompiuta tranquillità. Tutto è nello spazio ristretto fra sensi e luce, fra corpo e aria, spazio che l'autore ci mostra dilatato.

"La vita. Per sentirla è necessario non opporre vana resistenza all'oblio, sabotare i meandri della ragione e guardare con l'occhio molteplice che, istruito alla <carità della bellezza>, sa collocarsi in un altro tempo, nella dimensione della lontananza.

E' il distacco del viandante sospeso sull'abisso del nulla, che, al termine della strada, all'inizio di una nuova ardua salita, suggerisce che è tempo di ascoltare <la muta pronuncia del vuoto> e di ritrovare la voce per nominarlo."

Così scrive Giovanni Commare nel saggio conclusivo.

Poi, tutto sembra barcollare e restano braccia tese su curve speranze ripiegate

"nel prato in bilico sull'orizzonte
...
nel disincanto delle radure" (p.17).

Nei momenti di minore aggressività spicca la capacità del poeta nella minuziosa descrizione di "un nulla" in movimento, che nulla lascia al legame tra le cose; un canto dove trova armonia tempo e spazio: impalpabili ombre in una sorta di spirituale dematerializzazione;

"silenzi appoggiati su intatti rumori" (p. 31)

"tra le pieghe acuminate dell'aria" (p. 33).

Nella prima parte di questo "Viso umano" già si avverte l'uso costante della metafora quale mezzo per esprimere l'inesprimibile. L'osservazione della natura nel suo dormire e ridestarsi all'alternanza delle stagioni richiama il sonno metafisico dell'uomo, lasciando aperta la speranza che se morte | rinascita sembrano così normali

"Non lontano dal prossimo respiro
prende corpo una stagione
di minimi oggetti nascosti alla vista" (p. 20).

Ma anche quando le metafore non sono propriamente "naturalistiche" (a volte anche inusuali) rimane comunque per tutta l'opera questo gridare sperato | sofferto di possesso | perdita. In "altri luoghi" si avverte lo scompenso del non essere, che sta nell'essere proiettati nel progetto, fagocitati. Si dimena il poeta nel contesto; fra il rammarico e la speranza, fra la realtà e l'illusione.

"Ora, qui, su inerti volti di carta,
s'affacciano i rumori della stazione,
le grida soffocate delle onde più lunghe
che torneranno ad essere, ancora,
rilucente, assordante frastuono
da perdere adesso
e ritrovare altrove" (p. 41),
"a brevi respiri da udire..." (p. 42).

Assistiamo quindi a momenti molto diversificati quindi, che mantengono tuttavia la coerenza dello stile ed una sottile e razionale capacità d'analisi, alla quale non viene mai meno l’emozione partecipativa, anche nei momenti in cui lo sguardo appare più distaccato.

"Chi è fuori è fuori, chi è dentro è dentro", gioco infantile (e non solo) del nascondersi, noto a tutti. Danilo Mandolini non è né dentro né fuori, ma entrambe le cose, e non nasconde il suo viso, in questo "Viso umano" dove il dolore della morte, della perdita in senso lato, imprime solchi profondi. L' intera opera, tra i rari respiri che concede, è pregna di questo gridare nel gioco sopra citato del dentro e fuori. Per lenire il distacco e dare un alibi alle proprie pene, una speranza che renda tutto più vivibile ed apra un varco alla

"bocca socchiusa della brezza
come fosse ricca sorgente d'aria
e nuova, impaziente alba" (p. 62).

Frammenti segnano il percorso, le distanze, e nella morte, la lode della vita, oltre la vita.

"all'aurora che traspare appartata",
"l'inizio di un insolito tempo" (p. 47),
"è, laggiù, al termine della strada," (p.48).

Ma il giorno, si accomiata orfano di una presenza minima,

"sul respiro sospeso dell'aria
che dal tetto rosso delle case
dona nuovo avvenire al genetliaco."
(p. 59),

e nonostante l'uso del termine "genetliaco", forse nel tentativo di dare un tono ufficiale al "dono di un nuovo avvenire", il finale non sembra autorizzare il tentativo di far decollare la speranza, questo termine appare una volta sola in tutta la raccolta, appannaggio del poeta, incarnazione delle altrui tesi, che è altro dell'uomo.

"E' reliquia putrefatta dello specchio
l'infinita volta dell'orizzonte
che attraverso il rettangolo della finestra
fa della sagoma di un'ombra
grumo inestricabile di linee,
rintocco afono dell'ultimo tempo
ed altro, progettato ricordo."
(p. 59).

Quindi, che questa speranza venga poi soddisfatta è altra cosa, ardua da definire già nel quotidiano di ciascuno, figuriamoci poi in un'opera poetica il cui compito non è certo quello di sancire, bensì comunicare, prendere atto di un disagio personale e non, da condividere con altri. Mandolini si serve per questo di un linguaggio fortemente metaforico, utilizzando un lessico ricercato che ha per effetto, soprattutto nei testi più brevi, l'impatto immediato col lettore, per l'incisività e la folgorante bellezza di alcuni versi. L'alternanza delle stagioni, il sonno metafisico dell’uomo la speranza in una morte/rinascita: forse anche per noi c’è un ritorno al principio, un finale circolare alla nostra storia di mortali.

Scrive ancora Giovanni Commare:

La memoria, liberata dal suo peso, registra con stupore il nuovo inizio ma non cancella lo strazio della morte da cui il viaggio ha avuto principio e che si manifesta come mancanza, come assenza.

Essa ci ricorda, contro ogni facile e illusoria scorciatoia del pensiero, che è incerta la rotta del tempo, che la vita procede nella sua ciclica ripetizione anche senza di noi, ma che, oltre il rancore della disillusione e del disamore, noi e loro, gli assenti, condividiamo l'attesa che, nella solitudine e nel silenzio degli anni, si apra un varco, una nuova ed impaziente alba.

E forse è proprio sulla bocca socchiusa della brezza, che l'impaziente alba sa volare più di tutta la speranza delle parole già dette.

Eppure rimane qualcosa che in queste poesie sfugge ad ogni registrazione, qualcosa che s'impone, opprimente come una nuvola monolitica e inattaccabile come un albero senza radici: è il patimento che oblitera la disillusione il risentimento il rancore il disamore il dolore, che supera le evenienze pur drammatiche che li hanno determinati, che giunge al limite ove non ha più bisogno di alcun alibi, dove è in quanto esiste, trova ragione nella coscienza di sé, ed il suo esistere lo fa “essente” cui non servono più ragioni per esistere

Recensione
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