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“Questa bellissima raccolta presenta molteplici strati, la sua lettura esige la capacità di eseguire un cabotaggio e leggere le diverse ottave di quella che si rivela una voce complessa. Convivono in perfetta armonia vita ed arte, esercizio di lettura e di scrittura della vita.. Come nota Mariella Bettarini nella prefazione l’assemblaggio è “forte, corporeo, materico e insieme spirituale (non spiritualistico), immateriale, astratto e pure ancora materialississimo”.

L’elemento base della linfa vitale del libro è la consistenza degli opposti: sono testimonianza le poesie esilissime, quasi bave di fumo verticali della prima sezione e le poesie dedicate ad Alberto Burri, autenticamente materiche, della seconda sezione. Convivono anche i due elementi della forte visività di alcuni testi e della densità data da forme quasi chiuse di altre. Convivono anche echi (ed epigrafi) di autori apparentemente eterogenei. Convivono verità sussurrate, segreti facili da infrangere e forti denunce, parole scoccate come frecce ed affondate come pugnali. Ancora una volta insomma si dimostra che una buona poesia nasce spesso dallo stridere di vettori opposti.

La prima sezione è composta di poesie, come si è detto, esilissime: ogni verso è costituito da una singola parola. Diciamo subito che si tratta della sezione meno riuscita del volume, ossia quella nella quale la forza del messaggio soccombe alla forma forse inadatta, forse non chiara nel suo scopo e che forse la storia letteraria ha dimostrato essere inefficace. Non mi dilungherò su di essa, ma è fondamentale notare che in essa già si può trovare in riflesso il nucleo del libro, già si sentono la voce caratteristica dell’ autore e dei suoi accenti “La | deposizione | avvicina | al | Dio | della | vecchiaia | e | del | dubbio || La | separazione | continua | in | carne | e | idea | di nominazione”. La seconda sezione, che contiene come detto poesie dedicate a Burri, è affascinante e contiene esempi di straordinaria geometrizzazione delle cose e, vorremmo dire coniando un termine, “geometrizzazione delle sensazioni” e forse anche “pittoricismo” (mi si scusi l’espressione così rozza): “Arance gonfiano il caldo || Tu disponiti su più lati | e mostrami il tuo amore cubista || Intreccio di mani erranti”; “Ondeggia come puoi e raggiungi la città || Il sole si torce | ad elastico | nei campi d’oro della mente”; “E mi sai un Dio | tra i toni | gialli e scuri delle cose”. Si legga infine questa bella geometrizzazzione di Ungaretti:”mi balaustro di segmenti || ridotto || fino || a scomparire “. Un passo da questa sezione ci consente di sciogliere un altro nodo: “Il passo è la misura | a cui appartenere, | il punto zero | a genitivo surrealista,  | la superficie biancoretina di un blu fenicottero” ci porta al’idea che l’umano sia il giusto ritmo, ossia che, come dice l’epigrafe da Hölderlin scelta per il volume, “Questo del mondo è il ritmo giusto”. L’opposizione fondamentale, però, o meglio il perfezionamento di quanto finora detto, è l’opposizione che la Bettarini individua “tra carne | corpo e carne | parola”, il corpo che in Stefanoni “è davvero un duplice corpo: quello corporeo e quello della parola, non il corpo diviso di tanta poesia attuale”. Ma questa opposizione ci conduce soprattutto, approfondendo ulteriormente, all’enigma della parola e del corpo che si fanno Parola e Corpo maiuscoli, ossia al sentimento religioso dell’autore che deve essere assolutamente trattato. I più chiari esempi ed alcuni versi folgoranti sono nella sezione “Il ritorno” e “Punta del lago”: “Sono come corpi raggiunti in carità | di luce o spazio che, rivolto, | a sé mondo riafferma - la morte - | una pagina in sala d’attesa sfogliata || Resta a braccia spiegate il Cristo, | in immobile fulgore di lancetta”; “il mare corrisposto | ad uno di me, | in piedi, traboccando | secondo nera trasparenza. || E’ stato questo l’inganno, il torto estremo? || Quadro che non riconosce più | il campione di papaveri sparsi”; “Non urlarla, trattienila, piuttosto, | questo inizio di felicità || E che sia cerchio, di restituzione, | al nostro dolore, | al nostro io impossibile”. Messo in scena insomma è l’uomo che sente se stesso impregnato dalla talvolta insospettabile sostanza di Dio, nella quale ha scelto di credere, l’uomo uno e molteplice nella sua identità, l’uomo anche schiacciato dalla mutevolezza delle cose: “In continuo un presente | tutto nuovo, trabocca | e penetra senza posa. || Quando usciremo da noi stessi, restando noi stessi?”.

L’ultima poesia del libro è un’autentica summa, fonde in un ormai inappuntabile mosaico le tessere delle precedenti testi: ”Quando affronteremo l’oscura e tangibile differenza, si dilateri l’ombra, adulteri la carne”. || Non puoi, senza la dovuta lingua. || Durezza di veglia, levità pensante, | il corso intende forse vano del credere. || [..]”La coscienza dell’abisso | è l’abisso” | Solo l’amore può salvare. || Solo l’amore tenta. || Fiore delle intemperie, azzardo”. L’amore ed il credere, il vivere e l’allungare la mano verso il senso delle cose come azzardo, come definitivo e necessario rischio.

Recensione
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