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Tra gli avvenimenti letterari della scorsa primavera registrerei, da Palermo, tre eventi. La settimana dantesca ai Cantieri Culturali della Zisa – alcuni relatori veri mistici della lettura. La splendida lezione di Walter Pedullà sui narratori siciliani del ‘900, il 27 Aprile al Teatro Bellini. Ed il libro che qui sottolineo, ultima fatica di Lucio Zinna, La parola e l’isola. Opere e figure del Novecento letterario siciliano.

Libro magistrale. Non solo per la disinvoltura con la quale Zinna si muove nella letteratura “siciliana” e in quella universale, di cui la prima è parte integrante e a cui va più compiutamente riconnessa (questo lo scopo dichiarato del critico, v. Premessa), ma anche perché egli è riuscito a dare unitarietà ad un assemblaggio di “pezzi” che han visto la luce lungo un quarto di secolo (dal 1977 al 2003). Si tratta di trentacinque “studi” relativi a 15 poeti e 19 narratori suddivisi in tre sezioni. Nelle prime due, agli autori nati nell’Ottocento e nel primo Novecento sono dedicati brevi monografie (da 6 a 10 pagine, solo per Raffaele Poidomani 17, forse le più belle del libro), estremamente pregnanti e in molti casi “completi”, nel senso che riescono a dare l’idea di un autore e della sua opera trattata complessivamente. Nella terza parte, invece, “letture” più sintetiche e quasi tutte relative a singole opere di autori a noi più vicini nel tempo, quasi tutti poco conosciuti.

Libro ricco. Il lettore, mentre scopre gli autori “sommersi” (o approfondisce quelli… emersi), vien conoscendo l’isola sul piano storico, politico, artistico, antropologico, paesaggistico, economico, linguistico, etimologico, editoriale (notazioni perfino sul mondo degli incisori); tra le note, addirittura un’ulteriore scheda, sul poeta Luca Pignato, amico fraterno del “poeta dei servi” Calogero Bonavia. Le pagine su Alessio Di Giovanni, poeta dialettale che anticipa a mio parere Ignazio Buttitta, offrono uno spaccato della civiltà agraria, ancora feudale: il cuore della questione meridionale. Ecco le voci del mondo contadino e dei surfatari, il mondo degli ultimi, i veri “sommersi”, la cui dignità è stata detta solo dal silenzio, dal dolore e dalla letteratura. Un tema che ritorna più volte nel corso del libro (nei ritratti di Bonavia, Gori, Poidomani, Rosso di San Secondo). Vengono insomma prima alla ribalta le opere e le figure (gli autori e i loro personaggi, che sono parti e “pàrti” degli stessi), poi queste si defilano e resta l’isola, con le sue mille sfaccettature e un unico, universale mistero. “La Sicilia è la chiave di tutto” (Goethe nel Viaggio in Italia).

Isola chiusa, isola ostrica, trappola intrappolata, isola isolata, isola vuota, isola immota, immemorabile, mitica, terra impareggiabile, terra desolata (con tutto il suo sole!) waste land and waste time, tempo perduto, isola memorabile, ché solo la memoria può sconfiggere forse la morte, forse l’esilio che è morire altrove, isola da cui fuggire e a cui tornare, isola da dire e maledire, isolaparola, isola fessa, isola ferita, violenta e violentata, isola dolcissima, cassata, isola scassata, isola dei tre poteri neri, isola dei delitti, isola latus fundus, terra in cui pregare e non sentire e non guardare, “roba” da accumulare, isola avara, isola che non cresce dove cresceva il grano, isola invasa come una puttana, isola chi-esce-riesce, isola-dialetto, isola di maschere e mimi, passioni e processioni, isola dei pazzi e dei pupazzi, marionette e opra dei pupi, isola di banditi e di sbandati, di baionette dei garibaldini, delle lupare dei picciotti, guardie del feudatario, malacarne il cui salario è il sangue, isola medioevale, isola volgare e raffinata, nevrotica, derelitta, isola contadina, surfara, isola amara, isola del caciocavallo e della ricotta, dei contadini e della loro lotta, inutile come tutto ciò che si fa nell’isola, ché tutto cambia perché nulla cambi, isola delle bombe, isola degli scambi di civiltà, e per questo l’isola è una nessuna e centomila, isola che non trova la propria identità, isola ovvero mare, di cui non coglie la vitalità, il movimento è fuori dalla “forma” (che Pirandello dice essere morte), isola del lamento, che nel compiacimento della morte, spegne la sua mirifica bellezza, bellezza per Platone “è ciò che scorre”…

All’isola che resta sola, senza la parola, è necessaria la letteratura. A questa condizione ogni scrittore – isola-anima a sua volta, come ogni individuo che resta fondamentalmente solo (questo il leit-motiv filosofico del libro) – cerca dare un senso, interpretare a suo modo la realtà. Eppure, in questo libro, la grande famiglia letteraria siciliana, nell’ovvia dissomiglianza delle voci, risulta a tratti un coro che ha come pedale la coscienza della condizione umana.

Prestigiosamente rappresentata nel mondo (unica regione a vantare due Premi Nobel: Pirandello e Quasimodo ambedue trattati, il primo nell’ottica del relativismo esistenziale, il secondo nella dimensione del conflitto esilio/insularità), questa letteratura rischia paradossalmente, come la sua isola, di restare “in trappola”. Ecco il ruolo necessario della critica, memoria della memoria letteraria. Nella spola tra l’isola e il mondo, il critico ridisegna la struttura indefinibile della letteratura, indefinibile perché consiste nelle stesse infinite relazioni, nelle mille analogie diacroniche e sincroniche; egli può trovare due autori separati dallo stretto ma “su una medesima linea di ricerca, che andrebbe ulteriormente approfondita nelle somiglianze e nelle differenze” (p. 63, Mignosi/Cardarelli). L’obiettivo relativo al Mignosi vale per molti altri: riscoprire questo poeta siciliano può aiutare a conoscere meglio “anche la stessa poesia italiana, alla quale egli apportò un contributo non trascurabile”.

In ultima analisi, Zinna fa per la letteratura siciliana ciò che i poeti-critici della “costellazione ermetica” (Macrì) fecero per quella italiana a inizio Novecento: un’opera di sprovincializzazione. Il lavoro letterario di Lucio Zinna, nel suo complesso, fa pensare a quello dei poeti-critici della Terza Generazione, i c.d. ermetici fiorentini (Mario Luzi, spesso a Palermo, aveva in Lucio Zinna uno dei fidi amici). Il lavoro critico è, per un poeta, inevitabile estrinsecazione della facoltà ermeneutica e risponde a due necessità: quella intellettuale di “scoprire” altri percorsi creativi e quella artigianale di ridisegnare il mondo con gli altrui segni. Continuo apprendistato e, al contempo, riposo dell’io: che depone lo specchio, abbandona lo stagno di Narciso e ora va ad ascoltare “l’acqua profonda e calma” dell’uomo etico (Kierkegaard). Per l’appunto, la dimensione etica dell’opera letteraria, per Zinna “è presente allorché la lettura (o la scrittura) di un libro produca interiori modificazioni … per cui si avverte dopo la lettura (o la scrittura) di non essere più esattamente gli stessi” (Zinna, Gli equilibri della poesia, Quaderni di Arenaria, 2003, p. 16).

Gli innumerevoli testi recensiti da Zinna lungo la sua carriera letteraria, inevitabilmente diventano pretesti per la continua rielaborazione di ogni topos o tropus – le immagini poetiche, queste pepite dei cercatori-trovatori, questi “fiori della meditazione” – per la riflessione sullo stile, per l’incessante meditazione, vuoi più ironica vuoi più lacerata, sull’esistenza. Le varie isole-parole, cioè i vari autori dell’arcipelago siciliano, così come lo vede Zinna, sono tessere più o meno luminose – come le stelle nel firmamento – del più vasto mosaico della letteratura di ogni tempo. “Firmamento” è inteso etimologicamente, per dire che, sia pure a vario titolo, essi ne fanno parte, formando una “costellazione siciliana” chiaramente visibile.
Recensione
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