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Con questa seconda raccolta di poesie, Roberta Degl’Innocenti intona un canto di vita e di morte, di gioia e di dolore, di passione e di ragione. Un canto policromo composto (in ordine di apparizione) del nero, dell’azzurro, del rosso e del bianco. Quattro colori ai quali, la poetessa fiorentina, dedica altrettante sezioni, soddisfacendo così la sua esigenza di analisi, di scavo interiore, di emersione della zona d’ombra. Ma c’è anche un intenso lavoro di sintesi: non abbiamo a che fare con colori seccati su una tela. I colori di cui Roberta si tinge sono colori vivi che si fondono e si confondono continuamente, che sfumano gli uni negli altri, dando vita ad un unico Colore di donna. A volte predomina l’uno, a volte l’altro, a volte l’altro ancora e così via, ma tutti i colori sono sempre presenti contemporaneamente. Dunque: analisi e sintesi, vita e morte, passione e ragione, gioia e dolore, nero e bianco. Una raccolta di liriche che è anche un inno all’alterità, alla compresenza degli opposti (sottolineata quest’ultima, anche dalla presenza di ossimori: “con voce di miele | e di tempesta”; “gatto randagio | morbido e graffiante”; “che il vento | percuote | e accarezza”), alla realtà multiforme, alla pluralità dell’io.

Eccosi, dunque, alla prima sezione dedicata al colore nero, anzi al non-colore, simbolo da sempre d’infelicità, lutto, malinconia, oscurità, segretezza. “Il Rosso è ardore | il Nero il mio segreto”. Il nero della notte è custode del dolore, ma anche dei sogni che animano le ombre e i desideri dell’inconscio. Ombre vertiginose che ci costringono ad entrare in contatto con  la parte più profonda e sconosciuta di noi stessi. Ma l’ombra prelude sempre alla luce, la luce color azzurro del cielo sgombro di nubi, ma anche del pensiero e della parola. L’azzurro è infatti, per eutonomasia, il colore della comunicazione. In questo caso della comunicazione-confessione. Un modo nobile e generoso di salvare se stessa. Cristallizzare le parole sulla carta aiuta a prendere le distanze dai proprio dolori, dalle proprie paure, dalle proprie passioni, insomma, dai propri sentimenti, a squarciare quel velo che avvolge l’interiorità e a farvi più luce; luce che consola, che fende il cielo e apre la porta del pensiero regalando alla poetessa un “fremito d’azzurro”. E’ la volta del rosso. Un colore che, insieme al nero, signoreggia sugli atri. E’ la stessa Roberta a dircelo: “Il Rosso e il Nero | sono i miei colori”; la vita e la morte, la vita che è morte e rinascita e poi ancora morte e ancora rinascita, così “cento e mille volte”. Roberta grida sì alla vita nella sua totalità. La vita è fatta di sfumature, la vita inorganica e organica, la vita che è cielo, albe e tramonti ma che è anche sangue e carne (”sangue | che pulsa e prorompe nel chiarore del mattino”). Una vita, dunque, quella di Roberta Degl’Innocenti, che si colora del rosso della passione, della forza, dell’audacia, del sangue, dell’amore. Ma anche una vita che, come tutte le vite “si disperde piano”. E allora fa il suo ingresso il bianco, “colore del silenzio”, del tempo andato, della memoria che ci consegna alla storia e dell’innocenza, anche quella ormai svanita (“Abbraccio il tempo | che mi fa guerriera | svanito il gioco | di giostre e d’aquiloni”). Affiora, dalle liriche di questa sezione, un senso di profonda malinconia, quasi di tristezza, per un tempo che tramonta portando con sé la parola “culla d’una memoria inginocchiata”. Alla fine di questo percorso dell’anima scopriamo che Roberta Degl’Innocenti ci regala un ritratto di sé molto intenso. Una donna, lo ripetiamo, valorosa, forte, audace, un autentico milite.

Recensione
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