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Ho conosciuto Paolo Ruffilli al salone del libro nel 1992… eravamo bambini, allora… presentato da Grytzko Mascioni, poeta, narratore e saggista i cui testi contengono chiavi di lettura a diversi livelli e che hanno il pregio di essere leggibilissimi. Naturalmente molti degli intellettuali contemporanei hanno cercato di ignorare la sua potenza letteraria, nonostante opere come Saffo, La notte di Apollo, La pelle di Socrate, Il mare degli immortali, e tra le poesie “I passeri di Horkheimer”, “Il favoloso spreco”, “La vanità di scrivere” e “Poesia (1952-1982)” ecc. opere senza tempo, opere la cui lettura porta in spazi magici e struggenti.

Dell’ultima telefonata con lui ho un ricordo ben vivo: alludendo alla riedizione di Saffo per i tipi di Bompiani mi disse “Certo che in Italia oggi bisogna morire perché si accorgano di te”. Quindici giorni più tardi lui ha lasciato il corpo, ma ci ha lasciato la sua poesia, versi che restano ben vivi fra di noi, noi che non frequentiamo salotti letterari o lobby di potere nei quali tutto si pratica tranne la cultura.

“A cose fatte Grytzko Mascioni avverte amici e conoscenti di non esserci più. A chi gli ha voluto bene assicura che la vita che si è lasciato alle spalle è stata così ricca e avventurosa che a dispetto di ogni guaio, ostilità o noncuranza, non vale compiangerla”.

Queste sono parole di chi ha saputo vivere e lasciare il mondo nella consapevolezza che la vita può essere altrove. Una piccola introduzione doverosa per RI – CORD – ARE una persona cara a cui devo molto, non ultima la conoscenza di Paolo è stata per me foriera di vitalità e confronto al di là dei minuetti ipocriti.

Tre sono i motivi per i quali tengo alla sua amicizia: 1) Persona piacevolissima che nonostante l’enciclopedica cultura non se la tira per nulla e di questi tempi non è poco! Ha tradotto Gibran, Tagore, i metafisici inglesi, la regola celeste del Tao ecc. pietre miliari della mia educazione letteraria. 2) Un poeta le cui uscite sono sempre ben calibrate, non invasive, del tutto aliene da mode ecc. quindi ottimo riferimento per chi ama un certo tipo di letteratura. 3) Un combattente silenzioso che dietro a un giornalismo pacato e a un lavoro di routine riesce a far filtrare e condividere spazi “magici”.

Questa sua ultima fatica è preceduta da una decisamente approfondita ricerca sulla sua opera omnia (finora, perché speriamo tutti che continui a lungo) a firma di Alfredo Giuliani. Una ricerca che consiglio a tutti (dopo aver letto però le poesie): in questa prefazione infatti si viene condotti attraverso la lettura critica delle sue raccolte di poesie e racconti poetici e ci si trova direttamente nella sfera di azione del poeta. Giuliani sottolinea come in ogni “bambino di carta” l’autore riesca a stupire, come ogni volta ci si aspetti un qualcosa che immancabilmente viene sostituito da altro ancora più intrigante, più affascinante.

Nella prefazione viene raccontata la sua storia di narratore, di poeta, di combattente impregnato di una potente umanità. Paolo infatti affronta tematiche corpose scivolando nei personaggi, delle cui tragedie partecipa in prima persona, facendoli muovere, dando spiegazioni e ponendo interrogativi senza per questo essere risucchiato nelle loro tematiche: un guardare allo specchio (non per nulla la collana di Marsilio si chiama Gli specchi della memoria) la propria ombra, sapendo bene che l’immagine riflessa gli appartiene, ma in un’altra dimensione, mediata dalla materia di cui è composto lo specchio).

Ciò che apprezzo maggiormente nella sua scrittura è il silenzio che si crea attorno alle sue pagine: una forma di esclusione dal mondo reale mentre ci si avventura nel mondo virtuale costruito dalle sue parole: simbolicamente i caratteri a stampa neri circondati dal bianco del margine sembrano muoversi di vita propria portando il lettore in una sorta di spazio ovattato in cui le parole seguono un ritmo musicale, una specie di ballata dalla quale non si può uscire.

E mai come qui proprio il silenzio la fa da padrone. Il silenzio di chi vive dietro le sbarre e ha chiuso il cuore alla gioia della vita, prima uccidendo un altro essere umano, poi nel tentativo di difendersi da quanto e quanti lo circondano del tutto indifferenti alla dignità, al respiro della sua anima sperando di riuscire a non piombare in “un altro, il nostro, | differente stato inerte e doloroso”. Un silenzio rotto da chiavi rigirate nelle toppe delle celle dove uomini “per sopravvivere a se stessi diventano sordi e muti, dove si parla con le ombre e diventano fantasmi sordi tutti quelli fuori e tutto quello che è successo”: dove “solo il silenzio può sembrare allora il modo per restare vivi ancora e più al sicuro”.

Ed è in questa cornice di violenza sorda che scompaiono i sentimenti perché “non si vede, non si sente, non si prova ormai più niente… Si tace perché tutto diventa indifferente nella pace del silenzio”, perché “escluso insieme ad altri” altrettanto isolati e resi muti al mondo intero non c’è più alcuna possibilità di sentirsi vitali e di partecipare ad una dinamica realmente sonora, alla sonorità della realtà.

Altrettanto presente in questa raccolta poetica è la percezione del tempo, un tempo che non batte più i suoi rintocchi con il pulsare del cuore, perché l’atrofia dei sentimenti e il silenzio in cui il carcerato è caduto ne hanno distorto il ritmo. “Ho avuto, un tempo, sedici anni anche io” è una dichiarazione struggente, l’individuazione di uno spartiacque attraverso il quale vita e morte si sono divise spaccando a metà anche l’individuo che sta dietro la voce narrante: “la marcia di mezz’ora”, il non più possibile, la visione della ciclicità della vita rappresentata dal fiorire del pesco a cui prima non aveva dato peso e il non accadere mai nulla di quando “il tempo è senza tempo è senza essere mai stato, un’attesa senza luce e senza fine”.

È la certezza che giorni mesi e anni non contino e siano diventati concetti astratti, perché “non c’è più tempo fuori dal mondo”: è l’amara constatazione che “Non sei più vivo eppure ti stupisci che non muori” perché è il tempo con il suo battito a dare la possibilità di esistere in un ritmo che fluisce. “Lo scorrere del tempo dentro è solo una goccia che ti scava” nulla può produrre se non “il terrore” di quanto “ti consuma i nervi”.

Fuori dalle sbarre persino il prete nella prigione “è solo un impiegato che lavora suo malgrado per il numero di ore che è pagato”: nessuno sembra accorgersi del supplizio lento che sembra non finire e che si connota come “un non avere ormai più porte da cui uscire” perché sembra solo essere importante “avere giusti orari”.

Da queste due coordinate però emerge una terza istanza: la fisicità che media il “fuori e dentro” nello specchiarsi di cielo e terra e ha come terreno di incontro proprio il corpo. Il corpo che prende le sembianze di un uomo crocefisso, e che richiama il Golgota: un uomo che misura il suo spazio vitale allargando le braccia simbolo della via orizzontale dell’immanenza dove la vita spesa nella stanza angusta “le pareti che ti tolgono il respiro” rappresenta la necessità e il continuo elaborare tra mente che vacilla e cuore spezzato alla ricerca di uno spiraglio di luce attraverso cui riuscire ad arrampicarsi, spingersi verso il cielo mentre il “soffitto che ti | pesa sulla testa | e il pavimento | che sprofonda | sotto di te” sono un limite che soverchia la via della trascendenza. Una trascendenza in cui viene proiettata l’unica immagine accessibile, quella che fa pensare che “il cielo è fatto a stanze e non si può abitarne più di una”. Ma ciò che il corpo percepisce principalmente è proprio la mancanza di libertà di cui i sensi sono i ricettori: “L’odore di una gabbia | contro il muro: | muffa e colla dentro | umido e sudore” e ancora: “incerto | e lento, le giunture | piene di piombo” con “Occhi di vetro e mani che si allungano” “spellandomi le dita nel graffiare i muri” oppure “un corpo inerte | ruvido e appiccicoso” “batti le dita | sopra al tavolo | o sul muro | e fai fatica...”, “le pupille dilatate sempre più fisse, sempre più scure”.

Il senso della dirompente furia devastatrice viene però dato ancor più chiaramente dal “È come se mi avessero preso il cervello a martellate… più che livido e pestato, ridotto in pezzi e sminuzzato” perché il trascorrere dei giorni è volto “fino a ridurti il cervello a un ammasso dolorante” producendo che “Il corpo si ribella | e la mente, poi, | prima del corpo | e il cuore per intero | ne è svuotato”.

Il corpo che viene triturato dalla inappellabilità della situazione e che si riflette nella materia della cella “Membra muscoli giunture e fronte, tutto tremante… ma poi la galleria ti crolla addosso e ti rifà sepolto di nuovo sotto le macerie” “come avessi sbattuto contro il muro”. Non c’è speranza per il carcerato, solo il terrore “di stare soli e nudi con se stessi”, perché l’unica autonomia di cui può usufruire è quella di lasciare che l’io delinquente possa distruggersi da sé. “Potessi scivolare nel bicchiere o dentro la mia tazza sciolto nel sapore del caffé”. C’è poi una seconda parte, quella in cui l’autore affronta la tematica della dipendenza e dell’impossibilità a una vera libertà determinata dalla assuefazione alle droghe.

“Non c’è una strada che mi riporti indietro?”. Nel leggere e rileggere queste poesie il pensiero continuava a correre al concetto di dipendenza esteso nei vari campi. Dalla dipendenza dai sentimenti e da persone che usano il loro potere su di noi rendendoci schiavi, alle piccole dipendenze (e se volete possiamo organizzare una serata sul cioccolato amaro) che non ci fanno evolvere nella nostra maturazione.

Ho pensato a tutte le forme di dipendenza, non ultima quella dal giudizio degli altri e ho scoperto che tutte le poesie di Paolo potevano benissimo adattarsi a qualsiasi tematica di non centratura, di non presenza consapevole, di superficialità nei confronti di quella legge morale che oggi gran parte delle persone si chiede se sia un commestibile.

Dal primo microscopico input dei ragazzi che si sentono obbligati a vestirsi in un determinato modo, che può produrre violenza e pestaggio di un coetaneo per rubargli il giubbotto, alla ragazza che si prostituisce per una ricarica del telefonino… e via via così nella scala delle dipendenze. E sempre di più emergeva l’immagine della Madonna, madre di tutte le donne e del suo schiacciare sotto i piedi non solo la Luna, il femminile ricettivo e passivo, ma anche il serpente, simbolo dell’uroboros, dell’eterno ripetersi di vita in vita.

Con questo non voglio sembrare bacchettona, ma cercare di interpretare il pensiero dell’autore su ampia scala mi sembra sia doveroso verso chi come Paolo ha sempre trattato temi sociali dal dentro, dal profondo con uno stile elegante e a volte salottiero, ma con radici ben piantate nella terra madre da cui trae linfa vitale per i suoi scritti.

Recensione
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