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La poesia di Giovanni Tavčar è una poesia limpida e profonda, disincantata, eppure tesa verso "le fresche distese dell'infinito", testimone di uno scorrere del tempo segnato dalla finitudine e dalla caduta delle illusioni, ma mai rinunciataria, perché il coraggio della ricerca è già di per sé significato dell'esistenza. Una poesia dove la fede cristiana non è consolante e supericiale lente colorata di rosa, ma consapevolezza dell'umano destino, il cui dolore lo stesso Creatore volle condividere.

Se il "pellegrinare per le strade di questo mondo" è "tentennante e incerto" e l'avanzare del tempo concesso alla vita umana porta con sé, forse inevitabilmente, "nostalgia e rimpianto", l'esistenza è comunque un "tesoro e un miracolo", un "regalo gratuito del destino".

Poesia filosofica, che offre saggezza al lettore, lasciandogli intravedere quell'essenza della realtà che è "il compito del poeta", ma anche poesia capace di squarci lirici che rapiscono: "come dentro un sogno | s'accende | la lampada della memoria", oppure "Amo i tramonti | appollaiati sui muri dei cortili | che riverberano | tutto il loro caldo splendore", e ancora "Chissà se l'alba vorrà | raccontarmi | ancora una volta | i suoi sogni segreti | e illudermi | con le sue trepidanti | promesse alate?

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