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Leggendo quest'ultima opera di Giovanni Tavčar, mi è venuto il pensiero di come sia frequente nei poeti il rimpianto del passato, spesso unito alla sensazione di essersi lasciati sfuggire le occasioni di rendere più intensa e appagante la propria vita. Eppure chi scrive versi come questi non può che aver fatto tesoro di ogni esperienza, coniugando la saggezza che viene dagli anni con la speranza della "Terra Promessa", un'immagine difficile, da cancellare.

Tuttavia Tavčar non se la sente di insegnare certezze, di rivestirsi dei panni del profeta e del vate, e montalianamente ammonisce: "al poesta non chiedere certezze, miracoli, forme risolutive; può darti, soltanto barbagli di luce, scampoli di illusioni, guizzi di memorie, scintille di intriganti passioni.

Non un superficiale ottimismo, dunque, traspira da queste pagine, ma una solida fede nel giorno in cui "il cielo diventerà un fuoco vivo e ardente" e ogni inquietudine verrà dispersa.

Non si creda però che le luminose immagini del paesaggio naturale siano soltanto simbolo della realtà, ultima, Le bellezze della natura vengono celebrate in sé stesse: di fronte agli "intensi aromi" che "fasciano il silenzio", ai "pistilli avidamente succhiati" dalle api, di "tranci densi e succosi", il poeta afferma decisamente: "non mi abituerò mai alla morte, finché la vita continuerà a parlarmi con tanta striata e fertile intensità".

L'amore non è assente dall'ispirazione di Tavčar; espresso con estrema delicatezza, in "trasparenze filigranate", è un tutt'uno con la sua partecipazione ai ritmi alterni dell'esistenza, perché "l'incantesimo della vita dura, finché dura il flusso d'amore".

E questo amore resiste anche se troppo spesso lo "ha deluso questa affannata e sterile umanità".

Recensione
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