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«Partoriscono a cavallo di una tomba, il giorno splende un istante, ed è subito notte». Lucidità estrema, da far male, al punto da spingersi a volerla considerare solo finzione letteraria, ma finzione letteraria non è, brandendo il senso lugubre del non-senso come essenza del mondo. Samuel Beckett, in quel condensato spietato e lucido, “pensiero folle”, incarnato dallo splendido “Aspettando Godot”, porta già su di sé i segni della morte di Dio, ormai totalmente dispiegatasi, muovendosi nell’orizzonte di una completa svalorizzazione dei valori supremi della tradizione metafisico-religiosa occidentale. Nessun fine e nessun senso, scaturiti dalla risposta impossibile ad ogni possibile “perché”, muovono più l’uomo “privo di tali catene” sovrastrutturali, abbandonato a se stesso nell’impresa titanica di mettere in forma il disordine, sapendo fin da subito che ogni tentativo di ri-formulazione di sé nel mondo poggerà su fragilissime basi, in un equilibrio talmente instabile da non potere essere assunto se non come tensione, destinata essa stessa ancora a fallire. Antinomia di senso, impossibile da trovare, ma necessaria, da ricercare instancabilmente, per non sprofondare, ab origine, «nel cieco vaso | tra le braccia del buio» (“La gioia e il lutto”, p.106), che, “ospite inquietante”, ci accompagna dal bagliore d’inizio all’eternità.

La poesia di Paolo Ruffilli si muove nell’assunzione su di sé degli effetti estremi della morte di Dio e la ricerca ultima di un Godot, in cui tensione della ricerca e senso coincidono perfettamente. Senso come “tensione”, nell’impossibilità accettata di trovare un senso all’esistenza, all’esser-ci nel mondo, come “naufrago di terra”, «bloccati in un eterno | avvio da terra | verso il mare aperto» (“Honfleur, Calvados: 10 Agosto”, p.14). Mare aperto, insondabile “luogo” del caso, l’inesplorabile del senso anelato come ricerca continua per ri-definire il caso entro lo spazio impossibile dell’ordine: «dare ordine e senso | al caso» (“Trouville, Calvados: 8 Agosto”, p.12).

Tensione estrema, lotta impari, sconfitta annunciata, ma irrinunciabile gioco tragico da affrontare, necessariamente. Riverberi di visione apollinea, nell’ellenica accezione tragica dell’esistere, attraversano i versi di Ruffilli: assumere il peso d’abbandono su di sé fino in fondo, pagando le estreme conseguenze di spietata lucidità: «era una viltà | rinunciare alla lucidità» (“Tra Trouville e Honfleur, Calvados: 12 Agosto”, p.26), oppure tentare una fuga impossibile nei lidi spaesanti dell’orfismo, soluzione impraticabile se non nel tentativo di risoluzione di una mal celata e mai risolvibile inquietudine: «rimanevo a letto | giorni interi | per non distogliermi | dai sogni» (“Cabourg, Calvados: 23 Agosto”, p.52)? Nella tensione estrema tra i due poli, dell’“assunzione” e dell’ “abbandono”, si disvela il senso del poetare di Ruffilli su “le cose del mondo”.

L’esser “frale” leopardiano, il più totale ed assoluto “spaesamento”, l’heideggeriana Heimatlosigkeit, lo sradicamento estremo come sradicamento da ogni senso possibile, definiscono l’essenza stessa dell’esser-ci, nella loro indissolubile coessenzialità, l’hic et nunc «dell’uomo nel burrone | appeso a un ramo, | che non resiste | a cogliere il lampone | sfiorato dalla mano» (“Saint-Aubin, Calvados: 14 Agosto”, p.30).

«È funesto a chi nasce il dì natale», impossibilitati a scegliere, ma una volta venuti casualmente ad esser-ci, non ci si può più sottrarre, se non per scelta, alla mano che ci tocca di giocare, cogliendo fino in fondo il rischio dato dal raccogliere quel “lampone”, perenne simbolo di provocazione, attentato costante alla vita che si dispiega nella certezza unica del divenire, come foglia d’Autunno, sotto le sferzate del gelido vento del non-senso.

La vita stessa, allora, rincorre il possibile di ogni stato evenemenziale, di quell’“evento” che è «sempre sul punto | di essere» (“L’oggetto del pensiero”, p.98), tensione continua verso alcunché, che mai può venire com-preso, sottraendosi alla possibilità stessa del divenire, «uno stato desiderato | inseguito dalla mente | eppure insoddisfatto | perduto prima | di averlo conquistato | e, dunque, mai goduto | […] creduto | e delirato: | il senso del piacere» (Ibidem). L’intera vita sembra così ammantata, pervasa, in ogni sua manifestazione dal “senso del piacere”, districatasi nell’impossibilità stessa della partecipazione a godere di quanto, “evento” sempre in nuce, si sottrae costantemente alla com-prensione di sé nell’orizzonte del divenire.

In questa rilettura annichilente del principio del piacere, che rinviene il senso a se stesso nella procrastinabilità coessenziale di ogni evento, si consuma il cortocircuito logico-esistenziale della concezione schopenhaueriana del “dolore”, se è vero che la sola soddisfazione di quanto precedentemente posto getta le basi per la riproposizione di un dolore che è dato dalla mancanza di quanto si è tornato a desiderare, in un ciclico riproporsi del trittico dolore-soddisfazione-dolore, che non lascia barlume alcuno di speranza, tanto da far sostenere allo stesso Schopenhauer che tutto è dolore, essendo il dolore coessenziale alla vita stessa in ogni sua forma. Dalla poetica di Ruffilli il dolore non è affatto espunto, considerato probabilmente, se non proprio coessenziale, perlomeno intrinseco, e forse finanche necessario, all’esistenza, al di fuori, però, della ferrea metafisica della Volontà schopenhaueriana, che, pur di riaffermare continuamente se stessa, non esita a partorire persino l’inconcepibile all’umana ragione.

Come salvare, allora, i giorni costruiti sul nulla di una scala valoriale ormai completamente tramontata, di un vuoto onnicomprensivo, che ammanta di sé ogni brandello di vita ed ogni tentativo, per quanto arduo e coraggioso, di ri-appropriarsi di un impossibile senso, per sopravvivere al mondo, sebbene in costante equilibrio instabile? L’estrema lucidità, che ha disvelato la più assoluta mancanza di senso all’esistere, guidata dal principio di sopravvivenza, re-inventa, allora, la riproposizione posticcia di quegli infiniti brandelli del velo di Maya, che sono le illusioni, tessendo lodi alla necessità dell’inganno, balaustra ultima sul confine d’abisso: «mi faccio imbrogliare | […] per l’amore | che ancora porto | mio malgrado | ai vizi capitali» (“Necessità dell’inganno”, p.110). Necessità dell’inganno che ci rende «disposti a sopportare | disagi e strazi | misfatti ed infortuni» (“Chiusi nel sogno”, p.96), ad impedire l’anticipato crollo nel “gorgo muto” d’abisso, che può anche darsi, nelle sue innumerevoli sembianze, in quanto alterato stato mentale, abisso di pensiero. Ecco allora spiegato il motivo per cui, pur «disamorati | delle cose umane | per l’esperienza | ma a poco a poco | assuefatti a rimirarle» (Ibidem), alla vita si rimane attaccati come ostriche allo scoglio, anche laddove prevale il disincanto dell’esperienza, la fredda lucidità, che spinge da sé ad essere oltre la presa in diretta sugli eventi, che amplificano l’emotività del momento, annichilendo la tensione della ricerca del senso impossibile.

La poesia di Ruffilli può così essere intesa alla luce di una costante tensione, di una ricerca del senso di sé nel mondo e dell’esistenza in sé, giocando su quell’antinomia irriducibile che contrappone il “minimo”, lo «scegliere poco per rappresentare molto» (“Il passato è quello che siamo”, intervista di M. A. Trupia a Paolo Ruffilli) del dire al “minimalismo” di tanta poesia autoreferenziale. Il “minimo” diventa così categoria fondamentale del dire poetico, eliminazione di ogni superfluo del dire insignificante, repulisti linguistico, altresì coessenziale compartecipazione al senso poetico, per non tra-dire l’essenziale che si ha da dire. Alieno così al “minimalismo” del “personale”, insignificante quanto inutilmente autoreferenziale nella sua insignificanza, Ruffilli tra-duce al senso, almeno del dirsi della parola poetica, per dire certo di sé, ma di un sé che non è solo nel mondo, ma è nel mondo e del mondo.

Pur intrisa di quel rapporto che lega costantemente “personale” ed “universale”, manca, volutamente, nella poesia di Ruffilli, il respiro, non solo e non tanto della poesia civile”, ma della stessa partecipazione ai dolori del mondo, che si traduce nella conclamata indifferenza a tutto: «la certezza | di non avere più fedi | è in quel trovarsi | volentieri, una mattina | indifferenti a tutto» (“Honfleur, Calvados: 11 Agosto”, p.20). Né ideologie né fedi sembrano più rispondere alle pro-vocazioni che provengono dal tempo, dai tempi d’affanno presenti. L’assedio alla “civiltà” dell’uomo tout court sembra non avere più freni e Costantinopoli diviene il simbolo di un mondo che viaggia costantemente verso il baratro.

Certi della difficoltà di costruire sul nulla mobile dominato dal caso, ove né più fedi, né ideologie possono più fornire parapetti valoriali sulla balconata del nulla, certi di essere sospesi sull’abisso  del senso, di vivere d’abisso, in equilibrio instabile, senza senso e fine, certi del “disagio” del divenire, bisogna allora «arrendersi alle cose | come sono, al | loro inerte moto, (al | loro inerte moto…) per | reggerne e coprirne, | almeno, il vuoto» (“L’assedio di Costantinopoli”, p.72), oppure, anche con l’aiuto liminale della poesia, da intendersi come continua e strenua ricerca del senso impossibile, che non ci si può, però, esimere di ricercare, urge adoperarsi ancora al rivoluzionamento dello stato attuale d’esser-ci, per rendere lo spazio del divenire quantomeno vivibile a tutta l’umanità prima di precipitare nell’oblio d’eterno?

«Solo laddove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva» (Holderlin), strappando ciò che salva dalle mani e dal pensiero che si fanno azione condivisa. Così anche il poeta dovrebbe o potrebbe tornare a partecipare ad un progetto condiviso d’esistenza, nel tentativo irrinunciabile di farsi “comprendere” e “comprendere”, aedo dell’“uomo”, nella “com-passione” che smuove gli eventi, mettendoli (o provandoci) in marcia verso un altrove sicuramente altro rispetto «allo stato di cose esistente». Follia necessaria.

Recensione
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