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Confessa il poeta, in calce alla sua raccoltina di cedere "al pianto se ci viene chiesto chi mai sia stata Ecuba per noi".

L’autore sa, dunque, bene quanto siano commisti e comunicanti le grandi vicende consacrate dalla memoria collettiva e gli episodi spiccioli e quotidiani delle nostre misere vite di uomini comuni.

Ecuba – la sventurata regina di Troia – potrebbe essere nostra madre, nostra sorella, la nostra compagna… E, con lei, ci sarebbero famigliari Priamo, Paride, i loro cari e i loro nemici…

Pirrera sente la tragicità della storia in quanto tale: lo svolgersi e raggrumarsi degli eventi – poco importa se "piccoli" o "grandi" – è, comunque, doloroso, spesso inenarrabile e magari inutile, incomprensibile…

Con notevole delicatezza, il nostro poeta tesse il suo taccuino di emozioni e di ricordi; in appena ventitré brevi composizioni condensa i tumulti personali, famigliari, generazionali ed epocali del suo tempo.

I toni usati sono quelli pacati e amari di chi ha vissuto e visto e può, quindi, tirare l’impietoso (e, proprio perciò, ricco di pietas) consuntivo; di chi ha domato la boria delle parole altisonanti; di chi vuol quasi farsi perdonare le illusioni e gli errori di cui è stato alfiere, ma che gli sono tuttavia serviti per dare una direzione alla propria vita.

Queste "cronache" quasi private diventano così emblematiche della storia di tanti.

Pirrera raggiunge questo risultato mercé efficacissimi endecasillabi, incamminati in un solco di tenerezza, spesso affogata in occhi di donne e in fondi di bottiglia.

Convincenti la fattura, il lessico e il ritmo, bene intonati, a nostro avviso, al sentire dell’autore.

Ci sono quasi il taglio e l’apparente immediatezza del diario in questi versi, oltre a una singolare attitudine al lindore, insieme interiore e stilistico.

Di queste poesie, contrassegnate da numeri anziché da titoli, ci piace, infine, citare alcuni brani, tratti dagli ultimi due testi del volume: "Non fu fatica, no. Non fu fatica/ chiudere i conti con il bene e il male;/ con il sole e coi giorni,/ con la storia,/ con la speranza spesso menzognera,/ e abbandonarsi al sonno della terra/ […]/ Rosa irrecuperabile, la vita./ Svendettero i suoi libri, il suo violino/ e bruciarono i versi…".

Recensione
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