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Antologia critica delle opere di Pietro Nigro. Vol. III (2° aggiornamento).

Saggistica. Per l’opera di Nigro si potrebbe già parlare di storicità, di un percorso che dagli anni sessanta del secolo scorso arriva fino all’oggi. Dunque, una materia che riguarda oltre che il critico e il recensore anche lo studioso, per comprendere a fondo la dinamica di una scrittura e di uno stile che si articola nei vari settori della letteratura.

Abbiamo a suo tempo rilevato come quei lavori giovanili pubblicati nei Preludi fossero importanti ai fini di una disamina completa, verificando in un certo senso le radici di Nigro poeta e scrittore, considerando pure le sue competenze in diversi campi quali per esempio la numismatica. Indubbiamente le varie voci dei critici che si sono interessati alla produzione del poeta di Avola rendono un’idea della qualità e del significato che nell’insieme riveste la sua figura, che non andrebbe mai disgiunta dall’attività creativa. Questa antologia critica parte dalla raccolta Il deserto e il cactus (1982), ma si deve tener conto che prima esistono Echi di vita, effettivo esordio e, come detto, quei testi apparsi anteriormente o ancora inediti.

Una cronologia è comunque auspicabile come nei Versi sparsi per una corretta interpretazione a livello storico-critico. La Affinito ha saputo coordinare un’opera per diversi aspetti complessa e ricca di implicazioni di differente natura: a questo punto infatti, esaminati tutti i portati dell’autore, c’è da chiedersi se Nigro sia filosofo o abbia delineata una sua filosofia, cogliendo dallo scibile umano e dalle singole ideologie un metodo che, a quanto appare, rappresenta l’ideale di un mondo perfetto, al di là degli avvenimenti tragici che sembrano indicare invece un decadimento dei principi di pace e di giustizia che attengono particolarmente al pensiero del poeta. I numerosi intellettuali e scrittori che hanno espresso pareri talvolta dissimili costituiscono in ogni caso le diverse angolazioni da cui può venir vista un’opera letteraria.

Scrive la Affinito a proposito di Riverberi e 9 canti parigini (2003) che Pietro Nigro “indica nella bellezza la possibilità di una speranza redentrice per tutti” — il che vuol dire che ogni individuo può riscattarsi dagli errori commessi e accedere alla realtà del vivere civile. È pur vero che il tragitto nigriano contiene tante domande senza risposta, e questo probabilmente perché se le risposte vengono stabilite per avere una specie di riverbero nelle coscienze, risultano già fondamentali, e istituiscono le basi per ampliare e verificare le problematiche della società in cui viviamo. Ciò si deve alla “complessità tematica” della poesia di Nigro.

Già in altre occasioni dicemmo che la poesia, essendo la parola comunicativa con le sue potenzialità, risulta onnicomprensiva: da qui il carattere specifico che le è proprio, non conoscendo barriere di tipo oggettuale, ma rivolgendosi a qualsiasi elemento dell’attività umana. Potremmo designare alcuni tratti del pensiero dell’autore in direzione religiosa ne L’uomo, Dio e l’infinito (2021); se mai un cristianesimo deve esserci, la sua purezza si affida anzitutto alle origini, al vangelo come segno rivelatore, e a esser sinceri si sente la necessità di un ritorno alla fonte prima, anzi a quelle fonti che gli evangelisti ci hanno conservato. Nigro si è posto dilemmi “d’altissimo spessore di pensiero” (Affinito), ma senza questo anelito a una trascendenza che si sente viva nell’io non potremmo avvicinarci alla verità o, se non altro, a una dimensione parziale del mondo in cui siamo.

Riconosciamo in lui l’urgenza del dire, bilanciata da un rigore che è insieme linguistico e concettuale. Ecco quindi l’io-frammento, la condizione di una creatura che sa riconoscersi “immagine passeggera”, ma dotata di intelligenza e memoria, sebbene talvolta smarrita di fronte all’immensità: sono due rapporti, tra il finito e l’infinito, ciascuno dotato di certe peculiarità che non ci è dato, almeno al presente, di poter sondare con certezza per comprendere il mistero che ci circonda.

Recensione
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