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Con la festa nel cuore

Narrativa. Sotto il termine narrativa si trovano diverse tipologie di scrittura anche quale contenuto, che può avere attinenza o meno con la realtà. Qui siamo di fronte a un romanzo che segue linee ben precise e nello stesso tempo viste nell’ottica di una memoria che se non modifica la verità le conferisce tuttavia luci e ombre assai particolari, come è indicato all’inizio: eventi e paesaggi reali, personaggi e storie trasfigurati dal ricordo, da una inventio che può incidere sul reale e da una cultura che da noi sembra lontana, ma in effetti è ancora sentita.

Le quattro generazioni di cui parla l’Autrice segnano il percorso di un evolversi verso nuovi modi e nuove forme che si affermano secondo le più avanzate tecnologie e anche sotto l’aspetto etico: non sta certo a noi decidere se i cambiamenti siano davvero positivi per la società, ma non abbiamo dubbi che quel mondo arcaico che dovemmo abbandonare resta come una stagione certo irripetibile ma assai più duratura dei miti, spesso falsi, che incontriamo nel presente.

La storia (le storie) nasce da ciascun individuo facente parte di una comunità, di piccoli luoghi, quali ad esempio le Rocche o il Ceppino, autentici microcosmi umani, dove per l’appunto la dimensione concettuale non si disperde nell’ambizione e in rapporti conflittuali: una differenza che a ben vedere sussiste ancora tra città e campagna, tra civiltà contadina e realtà industriale sempre più dominante a tutti i livelli, sino a divenire elemento virtuale, per cui non esiste più ciò che si credeva di avere.

Da questo libro, che riporta foto avvicinando ulteriormente una dimensione storica al presente, dovremmo cogliere anzitutto i segnali che troviamo fra le pagine. Uno potrebbe riferirsi a quelle “Liturgie e forme devozionali” appartenenti sì al folclore e talvolta a forme di superstizione, ma che erano in sostanza una specie di unità nella comunità, e pur in casi estremi il ricondurre l’individuo alla sua effettiva misura, facendogli comprendere che nessuno può essere al di sopra dei fenomeni naturali e che un dato morale si impone per arrivare alla comprensione dell’esistenza.

In caso contrario gli esiti si rivelano come accade ora nei conflitti e in talune calamità che sembrano calate dall’alto. A p. 83 per esempio rileviamo che nel 1959 talune usanze erano operanti: non esiste chi in fondo, in sé o affidandosi a ricorrenze consolidate, non serbi almeno l’idea di una tradizione il cui ripetersi produce maggiore sicurezza, un quid entro il quale procede più protetta la nostra vita. Da qui scaturiva una solidarietà che avvicinava le persone anche negli eventi quotidiani: oggi quella solidarietà appare trasferita in strutture sociali, mentre gli individui tendono a rinunciare ai rapporti umani per mettere in evidenza il loro io, quasi che ciascuno si chiudesse in un universo interiore ove tutto è possibile e non ci raffronta con gli altri se non per un desiderio di affermazione.

La resa realistica ci viene da Urosia, una mendicante piuttosto ributtante per la sua persona, che è aiutata in ogni modo: la vera solidarietà, in una società che ha l’apparenza della pietà ma ne ha rinnegato la vera sostanza (2 Tim. 3:5). Piccole quotidianità affiorano, quali le voci, una specie di gazzettino tra le donne al lavatoio, e ci sovviene di un uso in là nel tempo, come il cinquecentesco cicalamento delle donne al bucato di Striggio. E poi la banda: la sua musica non raffinata come quella delle orchestre sinfoniche o da camera, è ugualmente suggestiva, poiché il suono diviene qualcosa di festoso, di evento partecipativo.

E la vicinanza agli animali: utilizzati, è vero, ma non privati di un singolare affetto. La quantità di vicende e figure ci ha fatto perdere un poco l’attenzione alla scrittura della Lizzi: compatta, a un punto tale che occorre penetrarvi, ricostruendo attraverso la lettura quella realtà umana e sociale che solo uno stile personale, ma portato su una prospettiva più ampia, riesce a comunicare.

Recensione
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