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Daccapo

Poesia. Sia l’immagine di copertina che il titolo inducono già a qualche considerazione. Per l’immagine, il colore che si effonde sulla superficie trapassando dal rosa carico al verde, ma quest’ultimo solo in un angolo. Poi l’avverbio o sostantivo del titolo, quasi il segno persistente che la poesia deve imprimere. Anche il passo tratto dalla Rivelazione di Giovanni concorre già a una specie di globale introduzione, che la nota del risvolto chiarisce in diversi punti.

Alla fine, però, rivolgiamo lo sguardo alle poesie, iniziando un percorso, nostro e probabilmente non sempre condiviso, con la premessa di ritrovare in un libro gli aspetti biografici di un autore, ovviamente trasfigurati o sottintesi dal dettato poetico. La poesia è anzitutto conoscenza, non certo a livello puramente didattico, ma nell’apprendere ciò che nello spirito umano si nasconde o si rivela, ponendo domande e talvolta risposte. A proposito della tragedia del Vajont, sepolta dagli anni ma non dalla memoria, la Pilotti riconosce che l’uomo non impara dai suoi errori. Quindi è stato detto che chi dimentica il passato sarà costretto a riviverlo.

Infatti non ci si spiegherebbe altrimenti come continuano a esserci conflitti, il che significa che l’umanità non sa o non vuole imparare. Per fortuna la poesia ci soccorre, qui con versi pur brevi, ma dove spira un sentimento di bellezza che l’oscurità del mondo non riesce a obliare. Nella spezzatura dei versi riconosciamo comunque un ritmo, che può essere interiore, dettato perciò dalla musicalità insita nello spirito dell’autrice, ma anche effettivo, per esempio taluni novenari sia pur suddivisi che usano il dattilo quale metro: “Sorridi | col cuore | che avanza” (Gioia).

In quest’era tecnologica vi sono termini che entrano nella scrittura poetica e ci danno il segnale del tempo in cui viviamo, oppure di una realtà fisica che reperisce nella chimica la possibilità di aprire nuovi spazi immaginativi. Sa bene la poetessa che il suo messaggio potrebbe non venire ascoltato, mentre noi invece siamo tutt’orecchi. L’oracolo alla fin fine ci riporta la verità, o almeno quella parte di verità che i nostri sensi riescono a percepire: se l’oracolo venisse ascoltato forse l’essere umano avrebbe la capacità di cambiare, di aspirare a mete più elevate, e comprendere che la vita, nella sua essenza profonda, non è soltanto materia. Uno degli interrogativi che sovente incontriamo nei poeti è il tempo, il suo scorrere che sembra invisibile o addirittura non esista, al punto che i ricordi tornano nel presente da un passato ormai ipotetico.

Annota l’autrice che il tempo “scivola via senza lasciare tracce”. In effetti pare che sia proprio così, se non che si affaccia alla mente il concetto di eternità o di ritorno, come ritenevano gli anulari, un costante ripetersi in una specie di cerchio che si rivolge in sé stesso. È evidente che difficilmente ne sapremo la vera ragione. Come gli elementi fisici presentano tante sfaccettature, pure il vero talvolta rifugge da ragionamenti logici e diventa una condizione virtuale. Se il passato non si può cambiare – salvo che si accettino certe teorie fantascientifiche – è anche impossibile da riprodurre quando diviene o testimonianza o rievocazione. In queste liriche ci è dato di cogliere il valore estetico, che nasce dall’ispirazione ed elude ogni segno pregresso schiudendo inaspettate soluzioni.

Così è per Sensibilità: “Si cammina sul bordo frastagliato della sera” (la non divisione in versi è nostra). Davvero già il camminare sul bordo della sera è un’astrazione affascinante, vi si aggiunga poi l’aggettivo frastagliato, e ne esce un’immagine elegante. Un piccolo saggio per dire cos’è poesia. La musicalità fa parte della parola, e quindi Dardust (uno pseudonimo) ci reca melodie che sembrano partire da un principio minimalista. Tuttavia la poesia segue la sua via, sebbene stimolata da esigenze esterne, originando una misura che si avvale di ciascun portato artistico nella superiore unità della parola.

Recensione
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