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I Preludi (dagli “Scritti giovanili”). Volume VII. Poesie dell’adolescenza.

Poesia. Desta sempre interesse la lettura di testi giovanili specialmente di un autore già affermato. Pietro Nigro è nato nel 1939 ad Avola. La prima raccolta di liriche Il deserto e il cactus è uscita nel 1982: quarant’anni esatti nel campo della poesia sono la garanzia di una produzione che si è sempre più imposta grazie alla sua qualità e anche per l’etica dei suoi contenuti.

Quando la prima raccolta è stata pubblicata l’autore aveva quarantatré anni, ma c’è una considerevole quantità di lavori che gradualmente vedono la luce in diversi quaderni. Dalla foto di copertina possiamo vedere un Nigro giovane, che già aveva iniziata la sua carriera letteraria, seppure ancora inedita. Le poesie non riportano data, però nell’estesa composizione “Guardando questo mare, questo sole e queste montagne” nella prima nota del verso “quindici anni precisi” è indicata la data del 1958, dal che si presume che il lavoro sia più o meno del 1973, diversi anni prima che uscisse l’opera d’esordio.

Per uno studio critico approfondito è necessario creare un programma d’indagine sui testi, e come punto d’inizio esaminare il lessico che ci informa sui primi dati provenienti da uno o più modelli. Nigro è stato docente d’inglese nei Licei e questo gli ha dato modo di conoscere una letteratura assai diversa dall’italiano, a iniziare dalla metrica. I lavori qui presenti sono però a metro libero. Tuttavia la derivazione da un vocabolario d’impianto classico si nota qua e là. Per esempio i troncamenti o l’elisione al plurale: “volgere deve l’ali”.

E, proprio in riferimento al linguaggio poetico, termini come occaso o aere si inseriscono nei versi che mostrano non di rado strutture semantiche quali l’anastrofe. Detto questo dobbiamo verificare la resa estetica delle poesie, ossia un risultato che riesca a connettere la qualità elevata della scrittura e il suo significato, vale a dire la tematica. Torna a vantaggio del poeta il fatto che di una lirica ne esistano due versioni, il che testimonia di quel labor limae che il Leopardi raccomandava. Il testo Soffocò l’animo il rimpianto diventa nella seconda versione semplicemente Rimpianto, quindi una riduzione che è insieme revisione.

Cambia pure la struttura versale, ma alla fine la seconda versione si amplia, segno che il soggetto ha ispirato ulteriormente l’autore; vi affiora l’elisione ch’orna tipica di un procedimento classico. Tale caso lo ritroviamo anche in L’Eterno: “ch’alcun petalo giammai non ebbe”. Il bel distico Effusione va riportato:”Confida nelle mie braccia: | ti terranno come le mani una rosa.” Soltanto due versi, ma che possono suscitare diverse osservazioni. La prima il senso metaforico. Poi l’eleganza del gesto, essendo la rosa un simbolo che assume numerose interpretazioni, persino di carattere metafisico.

Da elementi assai ridotti la scrittura fa nascere una serie di riflessioni che inducono alla rilettura, al comprendere che infine la parola possiede un potere evocativo poiché si carica delle varie accezioni attraverso il tempo, ciò che tecnicamente si chiama diacronia. Né il poeta avolese per eccellenza poteva evitare di scrivere nella lingua d’origine, in quanto la Sicilia ha avuto una scuola poetica di primo piano.

Il suddetto testo che illustra un suggestivo paesaggio “Guardando questo mare, | questo sole e queste montagne” è in lingua siciliana: “Taliannu stu mari, | stu suli e sti muntagni”. Nella traduzione non va perduta la finezza del dettato e lo spirito che lo anima. Il quaderno si conclude con la lirica Preghiera estrema, dove sembrano raccogliersi i vari aspetti di una poetica che è anzitutto messaggio, nel caso in questione è la presenza della natura a dare maggiore intensità al testo fino a divenire invocazione rivolta al Creatore: ci auguriamo che questa preghiera venga ascoltata.

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