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La celestialità della terra nell’opera di Anna Maria Ortese

Saggistica. Come affrontare opere non facili come quelle della Ortese ce lo spiega l’autrice di questo rimarchevole saggio che cerca di penetrare il significato e un mondo spirituale che in taluni momenti appare svincolato da una identità storica, ma piuttosto vicina alla funzione creativa nel suo punto più elevato.

Di fronte ad autori ‘costruiti’ non ci resta che dare pienamente ragione a tutte e due: la saggista e la scrittrice esaminata. Se certe scuole di scrittura svolgono un apprezzabile metodo di coordinare i vari elementi, in altri casi diventano modelli che tendono a istituzionalizzare la scrittura fino a omologarla, quindi una scrittrice come la Ortese non può venire condizionata da elementi prefabbricati.

È uno stile, il suo, che oscillando tra una specie di realismo magico e l’adesione al linguaggio come mondo ulteriore sfugge a eventuali classificazioni, sia pure di natura tecnica. Ora, non avendo noi le conoscenze specifiche di Elisa Lizzi, per quel poco che conosciamo dobbiamo affidarci alla critica comparata.

La Ortese “riteneva la realtà oscura e inconcepibile nelle sue leggi e nei suoi meccanismi” (p. 26), idea che merita un’attenta analisi: la realtà è quindi caos e la cosiddetta harmonia mundi una casualità? Ci è sufficiente questo passo per comprendere come certa narrativa, sotto l’apparenza di storie o prose, nasconda ben altre profondità concettuali e umane. E ancora (p. 34) il rapporto tra il mondo ‘civile’ e quello animale: non dice l’Ecclesiaste che non vi è differenza, poiché uomo e bestia faranno la stessa fine? Quando vi compaiono elementi di tempi e luoghi (per esempio Napoli) è probabile una trasformazione, poiché la riflessione tende a mitizzare gli eventi e i luoghi in un universo suo, cui la scrittura cerca di dare una vesta ‘fissa’, ma nessuna fissità è possibile allorché un testo necessiti di interpretazione.

Il mistero quasi insondabile (p. 78) sembra quindi procedere e unirsi all’inestricabile fase di una fisiologia della narrazione. Pensare a una storicità nella natura potrebbe rivelarsi un metodo, ma è indubbio che il saggio della Lizzi è indicativo e, sebbene per interposta persona, ci fa comprendere quei risvolti interiori di una scrittrice che altrimenti sarebbero preclusi o incomprensibili al comune lettore. In questo caso la saggistica, o critica che dir si voglia, realizza un suo binario, una sua personalità in pratica staccata dal soggetto che va a indagare. Opera più che meritevole, che ci segnala come scrittori, e artisti in genere, vadano riconsiderati e rimessi in luce, quali portatori di una ricchezza di contenuti che dovrebbe essere patrimonio di tutta la società.

Recensione
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