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Le rovinose

Narrativa. Il periodo è quello degli anni di piombo e del terrorismo: si suppone che Clara e Silvana siano nate nel 1952. Quando si legge un romanzo può trattarsi semplicemente di un passatempo, a meno che ci si soffermi su certe dichiarazioni o passi particolari che si incontrano durante la lettura. Ecco in questo romanzo diviso in tre parti un dato che ci blocca dopo poche pagine: la violenza maschile sulle donne, “un sentimento che assomiglia alla connivenza”, asserzione ‘pericolosa’ anche se potrebbe non essere lontana dal vero. Il fatto è che l’erotismo femminile è assai più raffinato di quello maschile, in quanto vi partecipano elementi emotivi che in un certo senso lo trasfigurano. Siamo consapevoli che il campo è minato, e ogni soluzione rischia di far cadere alcune certezze. In tal modo ritroviamo un altro passo che prevede la subordinazione dell’individuo alle ragioni collettive.

Se non che l’individuo è una cellula che agisce spesso in contrasto con l’ambiente che lo circonda, mostrando esigenze che vanno in tutt’altra direzione. Dobbiamo forse dire che Nietzsche aveva ragione nel codificare la volontà di potenza, ancorché trasferita su un piano meno pratico? Da qui nasce il dissidio tra entità singola e società: esprimersi cioè senza tener conto delle norme che regolano quest’ultima. Gli effetti li vediamo proprio in occasione della pandemia. Se ci si affida alla scienza, paragonando il peso dei cervelli per considerare la donna inferiore all’uomo, si ha una visione ristretta della verità. Una vera superiorità sarebbe che l’uno potesse essere l’altra, e viceversa, fatto impossibile, poiché ognuno è ciò che è: non serve neanche citare la lettera ai Galati. Ora, il sedicente amore, le cui facce non si contano più (qui si intravede quello saffico), comprende in genere la fisicità che si mescola con l’istinto sentimentale, originando un intreccio irrisolvibile. Sono sufficienti gli aspetti quotidiani, per esempio “fare la pipì”, affinché crolli quel castello di carte che corrisponde al termine ideale.

L’annientamento amoroso è una delle varie prospettive in cui il maschio (talora accade l’inverso) reclama un diritto di padronanza. Forse a questo punto conviene restare nei limiti della legalità per salvaguardare i diritti di ciascuno. Nel quinto capitolo vi è un problema davvero affascinante: lo scrittore, nel presente caso la scrittrice, è onnisciente, ossia sa tutto e scrive in tale funzione, oppure scopre gradualmente quel che gli viene da scrivere secondo l’ispirazione del momento? Non nascondiamo che questa seconda opzione, seguendo l’intuizione, ci sembra più proficua per lo scrittore e per il lettore, che tendono di conseguenza a uniformarsi. La chiave sta nella figura maschile la cui natura lo avvicina alla filosofia: dire che la “cosa in sé non esiste” equivale a capovolgere il significato, cioè che sia la realtà esterna una rappresentazione della cosa, benché pochi avrebbero il coraggio di sostenerlo.

Scrivere su un romanzo di questo tipo imporrebbe un’analisi estesa quasi e probabilmente di più del romanzo stesso, per quanto soggetti a un dato formale e con la dovuta attenzione alla finzione letteraria. Attenendoci alla vicenda, il finale è imprevedibile: lo conosceva già l’autrice? A p. 163 troviamo la paura dei cani: un presagio decisivo. Lo sfondo storico viene riportato alla fine e riguarda gli anni 1976-1988: per chi ha la memoria corta sono pagine da meditare.

Recensione
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