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L’immobile volo

Poesia. C’è una ‘lettera’ indirizzata all’autrice da Giorgio Linguaglossa (L’Ombradelleparole - Luglio 2019) che fa riflettere sulla realtà presente, ossia la società, nella quale “l’incomunicabilità tra gli umani ha raggiunto livelli di guardia”, società totalitaria descritta da Orwell che procede verso un degrado insensibilmente progressivo in un’apparente libertà e con strumenti di controllo sempre più stringenti.

Sul termine capolavoro occorre intendersi, se riferito al lavoro principale di ciascun autore o in senso assoluto. Quel che è certo, una originalità di concezione riguarda il progetto nel suo insieme (un dialogo a due voci, lei e lui), la struttura formale dei testi e la tessitura linguistica calata in un contesto che la racchiude. Non è il caso di parlare di metrica, che tuttavia esiste per ciascun verso, in tal caso segue il frantumarsi di un linguaggio colloquiale a rappresentare l’identità dei due personaggi, spesso chiusi in una loro idea del rapporto amoroso, vincolato comunque alle sembianze che il tempo inesorabilmente fa sbiadire.

Sembra che peggiore della parola sia il silenzio, un livido vortice che si sta estendendo, creando singole unità deprivate del confronto dialettico. Il lui talora è spinto a farsi domande, non essendo in grado di capire la controparte, e facendosi meraviglia di ciò, ma deve ammettere il suo cerchio concluso, il trovarsi prigioniero del proprio vissuto: in tal caso la lettura è sempre un antidoto al solipsismo: qualsiasi libro, sia pur modesto, ci insegna qualcosa e ci apre ad altre dimensioni di pensiero.

Parlare di anima o spirito appare un controsenso, quando alla fine tutto potrebbe ridursi a un semplice ed effimero orgasmo. La confusione che regna in amore (già il vocabolo è tanto ricco di accezioni al punto di farci smarrire) è colpevole di gran parte degli equivoci, forse equivoci del sembiante (Contini), che finiscono allorché viene meno l’eros e resta la cenere. In fondo noi però vorremmo vedere una traccia di quel sentimento così ambiguo, sognare di nuovo stagioni che sono perente.

A p. 46, nella parte finale della voce di lei, incontriamo una di quelle straordinarie metafore che la Dzieduszycka ci regala: all’interno si presentano i simboli e il loro senso particolare. Più avanti ecco ciò che si potrebbe diventare, un preannuncio della violenza che percorre il nostro mondo cosiddetto civile. Quella trincea oscura conferma un individualismo privo di prospettive, e viene da chiedersi: cosa mai cercano gli esseri umani in questa vita? Ci sfugge il significato: forse non esiste.

Recensione
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