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Opera Omnia

Poesia. È una caratteristica di questo poeta riproporre suoi testi già apparsi in altre raccolte. In effetti, sebbene il titolo si riferisca a un’opera omnia, è presente soltanto una parte della sua vasta produzione. Opera omnia tematica, come riferisce il prefatore, che ha il notevole pregio di individuare lo sviluppo stilistico attraverso i vari soggetti.

Qui non compaiono testi pubblicati prima del 1985, ma l’autore ci risulta abbia esordito in campo poetico con la silloge Prime poesie del 1979. Zanon è nato a Venezia, dove vive, nel 1954. Laureato in lettere moderne, è stato ‘scoperto’ dal poeta Mario Stefani e ha conosciuto importanti nomi del panorama letterario.

Questa summa poetica si divide quindi in sei capitoli. Il primo è dedicato all’amore. Tema universale, che però nella produzione del Nostro assume aspetti individuali. Diviene anche un sentimento “che sa di ricordi e ferite”, come peraltro sovente accade. Già notiamo la cifra stilistica di Zanon, con una certa vena espressionista: “Fumosi giorni novembrini, spesso contorti”; sembra che la stessa natura rimandi segnali inquietanti, pur essendo indifferente alle vicende umane.

Dal punto di vista tecnico rileviamo certe rime, non difficili: il lessico del poeta è per lo più semplice, soltanto qua e là incontriamo tracce di un classicismo quale reminiscenza o scelta personale, per esempio sovra anziché sopra, o il sostantivo aere che appartiene al linguaggio squisitamente poetico.

Nel secondo capitolo vengono affrontate le tematiche che riguardano l’essere tra finito e infinito. Una domanda che ricorre, a volte con un senso di smarrimento, dove si va dopo la morte? La risposta che sembra più ovvia è: da nessuna parte, o meglio, dove si viene deposti se non si accetta la cremazione. Uno scienziato russo degli anni cinquanta del secolo scorso disse: la mia e la vostra vita finisce, ma continua negli altri. Ipotesi plausibile. È ben conscio il nostro poeta che i suoi canti di neve potrebbero dissolversi, ma esistono le nevi eterne, perché l’essere umano non si rassegna a finire nel niente. L’Ecclesiaste ritiene che l’uomo e l’animale faranno la stessa fine, ed è pur vero che l’uomo appartiene al regno animale, eppure c’è una differenza: forse la coscienza ci salva. O come pensa il filosofo Glanvill è soltanto questione di volontà.

Il terzo capitolo tratta di natura nei suoi rapporti con simbolismo e bellezza. Quest’ultimo elemento è talora apparente, essendo osservato a distanza e non nella sua sostanza biologica. Il poeta ama la natura, né potrebbe essere altrimenti. Se ci allontaniamo dalla natura per creare un mondo esclusivamente tecnologico gli effetti si vedono, e non sono propriamente positivi. Perciò la natura diviene nell’immaginario un simbolo o una simbologia, e la bellezza un dato astratto.

Nel quarto capitolo ecco la spiritualità, che nel suo termine contiene notevoli sfumature, che vanno dal pensiero alla metafisica. L’incanto della memoria la troviamo nel quinto capitolo. In un certo senso la memoria si collega a tutto ciò che è stato detto, per cui si traduce nella scrittura, che a sua volta cerca di suscitare eventi lontani nel tempo, annullando comunque la lontananza e riportando nel presente eventi fisicamente scomparsi. Ma esiste la memoria della memoria, in un sovrapporsi di informazioni che la poesia trasforma in risultato artistico.

L’ultimo capitolo è per Venezia, città del cuore. Non si dirà mai abbastanza di questo gioiello architettonico che tende a scorporarsi per divenire leggenda. È giusto però ricordare Mestre, che è il prolungamento della città lagunare sulla terra ferma, e malgrado la differenza costitutiva, qui la storia pare costruirsi, come reminiscenza di un altro luogo da cui proviene.

Recensione
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