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Un aspro canto

Poesia. Leggiamo nella biobibliografia che l’autrice appena ventenne si è laureata in materie letterarie all’università di Palermo nel 1963. La prima raccolta però risale al 1993: è comunque un percorso portato avanti in modo sicuro e attraverso una coscienza poetica capace di operare – come scrive Ruffilli – un’interferenza continua del pensiero sull’immagine.

Ora il pensiero produce il linguaggio, e l’attenzione lessicale non viene mai meno, ma istituisce una scelta che rimandi ad echi del passato, talora rievocato con una intelligenza nuova, sicché ne risulta una resa calibrata fin nei dettagli, ampliando a volte il testo fino a disporre la pagina come una tabula su cui imprimere le figure suscitate dall’immaginazione ma scaturite per un processo ispiratore la cui profondità difficilmente è raggiungibile se non attraverso un’analisi testuale che abbia contezza dell’autrice e del suo mondo interiore ed emotivo.

Se ne deduce quindi l’aspetto valoriale, la stessa sorpresa che la poetessa esprime di fronte alla parole antiche e agli strani fiori che da esse derivano: questa è la conferma di come i processi cognitivi facciano parte di un universo la cui indagine non sarà mai completa. In altro modo rinveniamo le parole antiche, la cui origine non deprime o diminuisce il fascino di una loro nuova vita, ancorché possano contenere illusioni foscoliane: si sa che i padri istruiscono, ma in campo letterario la libertà è un dato non eludibile.

Quando nelle liriche della Simonetti incontriamo riferimenti culturali, li scorgiamo attraverso un’ottica individuale, che senza appesantire il dato erudito ci porgono il sentimento di bellezza nel suo elemento compiuto. La silloge contiene sonetti indivisi ove si intravede la rima ricca o leonina: segno di una perizia tecnica che va a congiungersi in modo appropriato a un’inventio di forte impatto creativo.

Recensione
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