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Ventilabro. Scotellariana

Dell’oggetto e della parola

In un libro la prima cosa che risalta e in un certo qual modo ne determina il contenuto, seppur in senso lato, è il titolo. In questo caso il ventilabro sembra rimandare a una immagine biblica, dove viene separato il grano dalla pula. Ma, più in concreto, è l’essere vicini alla terra, alla nostra terrestrità, a quel mondo contadino che sembra in gran parte scomparso, sostituito da un nuovo fenomeno bracciantile, facendoci tornare indietro nel tempo, segno che l’egoismo dell’uomo non permette di realizzare la giustizia come si dovrebbe. Peraltro, Scotellariana porta una ispirazione facilmente traducibile dalla figura storica a chi cerca il riscatto della gente più umile e in particolare di un territorio di straordinaria bellezza – e qui ci sovvengono esperienze personali – che solo col tempo, specialmente grazie ai mezzi di trasmissione, pare riconquistare una sua dignità supportata anche da un valore culturale che esce in tutta evidenza.

Per affrontare questa raccolta, per diversi aspetti unica, ci deve soccorrere qualche traccia, e la ritroviamo nella prefazione di Emerico Giachery, eminente studioso di cose letterarie, là dove scrive di “intensa ricchezza lessicale” e di ritmi “gravi ed elegiaci” ancorché sostenuti da una pungente vena satirica. Volere o no, è sul lessico che si gioca gran parte dello stile di un autore, e quando, come nel presente lavoro, il lessico esce dalle consuetudini della poesia ‘moderna’ per addentrarsi in campi quasi sperimentali e comunque radicalmente diversi, ne consegue un’opera che ha tutti i crismi di imporsi all’attenzione non solo del critico, ma anche del linguista, di chi cerca nelle parole una realtà traslata e resa più pregnante dalla forza rappresentativa dei versi.

Ecco dunque che il rapporto tra parola e oggetto, anziché allontanarsi per una supposta differenziazione, viene a definire in misura maggiore il valore semantico che quindi si trasferisce sull’oggetto e ne potenzia l’immagine. La ricerca va perciò esperita sui vari vocaboli che persino taluni dizionari non riportano, o perché riferiti a una classicità mai perenta, o perché circoscritti in un’area particolare, e ovviamente ci riferiamo alla Basilicata (Lucania). Certe inestirpabili radici ci dicono di un tempo e di un luogo che, sebbene cristallizzati secondo talune coordinate, diventano emblema di una incidenza reale, di luoghi e tempi sofferti, per cui ecco la “Poesia inesauribile dei castighi e delle fughe” (I) capace di imporre la visione individuale e collettiva assai meglio di quanto possa fare il critico.

Non è, a quanto riteniamo, un’operazione intellettuale, ma piuttosto un modo di esprimersi, d’un idioma che, penetrato a fondo nella coscienza, diviene il veicolo per testimoniare e ridurre qualsiasi composizione alla sua essenza, al messaggio complessivo che si moltiplica nelle infinite possibilità della scrittura. Come hanno sagacemente annotato alcuni critici, vi è il ricupero di un passato che non potrà mai decadere quale ricordo, grazie anche alla stesura cui De Napoli ha conferito una veste così originale, ritornando alla valenza originaria del linguaggio, al suo evolversi in evento diacronico, ma riflettendo nel presente una carica quasi rivoluzionaria.

Tra l’altro sarebbe riduttivo non affrontare il testo dal punto di vista formale; certo l’autore non ha scelto a caso la divisione in canti (quattro) e in distici, con versi che, almeno in superficie, sembrano mostrare un’attinenza con la metrica barbara, ma in effetti la frequente mancanza di una cesura farebbe cadere tale ipotesi. Tuttavia osserviamo che in certi casi il metro incontra la cesura con una determinata simmetria: “dove fantasticando, mi sporgevo fin quasi” (II); difatti, il doppio settenario procede con inversione ritmica; il primo emistichio mostra un attacco trocaico, mentre il secondo è anapestico e presenta enjambement. Ora, se uniamo le competenze linguistiche con quelle metriche troveremo che il l’annotazione del prefatore a proposito di “ballata popolare” non è poi tanto lontana dal vero, però la coincidenza tra i vari piani testuali propone un indubitabile lavoro ove tecnica, invenzione poetica e contenuto si congiungono in una compiuta unità creativa.

Quando il contenuto diviene atto creativo.

Non sussistono dubbi sul fatto che il poemetto – non inganni però il diminutivo poiché la forza che se ne sprigiona non ha nulla da invidiare a opere ben più ampie – non vuole destoricizzarsi, nei suoi portati linguistici e sociali. La storicità si evince anzitutto dai due canti successivi con i nomi riferiti a una precisa area e a periodi dati: ciò non diminuisce la portata strettamente lirica di alcuni momenti, tra i più alti dell’intera composizione. Si deve a una tendenza implicita nell’autore, la cui propensione alle cose della politica e il conseguente impegno civile sono ben noti, e ciò va in un certo senso a ‘temperare’ la durezza di alcune soluzioni, che trapassando il puro strato linguistico ne raffigurano i valori sia visivi che fonosimbolici. Già nel canto I essi appaiono con rilievo icastico: “icona rinserrata in melmosi rivoli bui”; la spinta cadenzale si connette al dato fonetico, che acquista in tal modo assoluta realizzazione. E a conferma, sempre nel medesimo canto, ecco un altro verso in cui il fonema u rende concretamente la visione del fiume: “oltre il Bradano querulo e lutulento”. Un verso ancor più straordinario lo troviamo nel canto II: “Non violai l’impervio regno dei morti”. Non sappiamo quali siano le idee religiose dell’autore, se vicine a un materialismo storico o a quei cristiani per il socialismo di non lontana memoria. Fatto sta che l’aggettivo impervio non poteva essere meglio scelto: il regno dei morti sarebbe dunque difficilmente accessibile ma non completamente precluso.

Diciamolo pure, Rocco Scotellaro ha indubbiamente ispirato il Nostro, la cui capacità espressiva, avvalorata da una conoscenza linguistica non comune produce l’esito di un testo che per compattezza stilistica non trova l’uguale nella poesia contemporanea. Per poterne esaminare tutte le sfaccettature sarebbe necessario un saggio approfondito, sviscerando di volta in volta i tanti vocaboli, la loro rifrangenza sul tessuto connettivo dei versi, la dilatazione del soggetto al di là di una semplice lettura che ‘sorvola’ invece di scendere nell’intimo di ogni singolo tratto.

Una volta esaminato ogni particolare e compreso il gesto creativo, che sempre si propone come per un implacabile e incessante atto della parola, si potrà pervenire al significato nel suo insieme, poiché se è vero che la poesia non segue le vie usuali di una logica stringente, nella direzione prospettica in cui si muove De Napoli fa emergere un messaggio che trova le sue origini perfino in archetipi, difatti la lingua conserva in sé determinate accezioni, e lascia al lettore la possibilità di far proprio ciascun elemento dell’insieme. Credo che nel distico finale sia compendiato quel che già faceva presagire il titolo. Sembra che i destini umani siano vincolati a qualcosa che appare come un non luogo, perciò lo spirito dell’uomo, forse destinato a perire, si rivolge come ultima risorsa alla madre terra. Ma questa è un’impressione personale, ben altre sono le interpretazioni possibili, e tale eventualità ci dice di un’opera dove alla multiforme pienezza del dettato corrisponde una coscienza civile portata a proiettarsi sulla società del nostro tempo, allorché certe ideologie vorrebbero ripetersi: sarebbero un tragico errore, da cui ci salva ancora una volta la poesia.

Recensione
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