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La Libraria Padovana Editrice/Literary.it ha preso l’iniziativa di pubblicare, nel 150° dell’Unità d’Italia, un volume che “ha l’obiettivo di ricucire – soprattutto a fini didattici – un percorso letterario che partendo da molto lontano è pervenuto alla nascita dello Stato Italiano e con la fine della seconda guerra mondiale all’avvento della Repubblica”. Era logico che questo vademecum o piccolo Bignami sugli scrittori che hanno unito l’Italia sia stato affidato a Carmelo Ciccia, “persona didatticamente e professionalmente preparata per costruire questo quadro sintetico ma memoriale di una parte della nostra storia italiana.”. Infatti, il prof. Ciccia, già nel 1961, in occasione dei 100 anni, ad Auronzo di Cadore, in un’appassionata commemorazione ufficiale ebbe a dire: “… questa celebrazione va al di là di qualsiasi rievocazione retorica. Essa deve assumere e assume per tutti il significato di una meditazione. (…) Quegli uomini di cui abbiamo parlato, e le altre centinaia di migliaia che qui non possono essere ricordati e che negli anni passati osarono affrontare le pene più acerbe e anche la morte, lottarono e morirono per amore della Patria e per fare un’Italia come noi oggi l’abbiamo”. Poco sopra, dopo aver sintetizzato quali furono le tappe dell’unificazione d’Italia ricordava che il 1861 non segnò la fine delle lotte per l’unità. Seguirono nel 1866 le conquiste di Mantova e del Veneto, nel 1870 quella del Lazio, nel 1918 il Trentino-Alto Adige e la Venezia Giulia, per concludersi poi il 2 giugno 1946 “con l’istituzione della forma repubblicana che legittimò gli ideali della Resistenza e le migliori aspirazioni di tutto il Risorgimento”.

Le celebrazioni per il centenario dell’unità d’Italia avvennero sicuramente in un clima molto diverso da quello odierno. E quindi la pubblicazione del volume nell’occasione dei 150 anni assume in parte l’intento celebrativo e si allarga a quello riflessivo con la giusta pretesa di indicare ai giovani di oggi che la vera unità italiana non è stata solo il frutto di lotte per la liberazione del nostro suolo dallo straniero, ma si è formata in modo sotterraneo, sul terreno della cultura e della lingua e che in effetti esisteva già molti secoli prima che ne venisse proclamata la forma giuridica, a partire da Gioacchino da Fiore (1130-1202), che espresse l’idea della nazione italiana compresa dalle Alpi alla Sicilia. Questo sentimento nazionale si afferma con l’affermarsi della nostra lingua e della nostra cultura. Carmelo Ciccia ci fornisce un chiaro mosaico di come si è affermato il sentimento nazionale, pur tra forti differenze linguistiche (i dialetti), tradizioni e costumi, che ci faceva sentire parte di un solo territorio. Da Dante, Petrarca, Boccaccio, ecc. caracollando attraverso i secoli fino ad arrivare al 1900, troviamo tanti scrittori noti e meno noti che riconoscendosi in un’unica lingua si sono sentiti parte di una sola nazione, pur appartenendo a stati giuridicamente diversi. Basta citare Alessandro Manzoni, nella poesia Marzo 1821, citata in epigrafe al volume: “non fia loco ove sorgan barriere / tra l’Italia e l’Italia, mai più!”.

Ritengo molto importante, soprattutto per i giovani, leggere questo libro del prof. Carmelo Ciccia, affinché si rendano conto su quale importante humus poggi il nostro stesso modo di esprimerci, di relazionarci, di sentirci parte di un tutto pur nella diversità dei dialetti, delle tradizioni, delle culture. Un libro da tenere in seria considerazione anche da quei giovani che quest’anno dovranno affrontare l’esame di maturità dove è probabile, nella prova di italiano, che esca una “traccia” sul 150°. Troveranno spunti, riferimenti, brevi note biobibliografiche su scrittori e titoli importanti per svolgere il tema.

Riflettano questi giovani che Manzoni non riusciva a capire il Rosmini per il dialetto da lui parlato, pur essendo entrambi del nord. E quindi, quanto sia importante, per non cadere in una nuova Babele, difendere la lingua italiana, sia dall’esterno (aggredita da anglicismi che tendono a snaturarla), sia dall’interno per tattiche bottegaie e soprattutto per l’uso massiccio di quella specie di neolingua che viene usata sia nel parlare, sia nell’utilizzo di strumenti elettronici.

Siamo pienamente d’accordo col Prof. Ciccia quando nella Conclusione auspica “che il potere politico assuma le opportune iniziative per la salvaguardia (all’interno e all’esterno) della nostra lingua, la quale ha saputo produrre opere letterarie tanto ammirate in tutto il mondo”. Anche se, di questi tempi, il potere politico sembra affaccendato in tutt’altre faccende.
Recensione
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