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Claudia Manuela Turco, si legge in quarta di copertina, con questo volume «continua una prospettiva affidata alla traccia di un manifesto da lei fondato, che intende rivendicare uno spazio autonomo alla vita della parola e al valore dell’immaginazione, dell’archeologia di un ritmo epigrafico moltiplicato nell’ininterrotto dialogo con se stessi». È una poesia quindi che non si affida all’ispirazione sic et simpliciter, ma nella prospettiva più ampia di una biografia umana o autobiografia, ne ricerca le cause ultime, le scandaglia, e, senza lasciarsi andare a inutili raziocini, ne estrae fulminanti epigrafi che, nel contesto di una storia o di una constatazione balzano fuori come bagliori che illuminano di luce cruda tutto quanto sta dietro alla parola.

Prendiamo per es. l’incipit di “Non abbiamo tempo”: «Viviamo nel deserto | nell’emozione della rosa scolpita, | nella religione del sentimento immortale». Quattro versi, un mondo. Ma in questo mondo si trova una allusione agli «omini viola» di Franco Brancatelli, mentre l’«omino viola» espressamente citato è un omaggio a Papa Giovanni Paolo II che considerava il viola rosso, come spiega nella nota in calce la stessa autrice. E i versi precisano questo mondo, lo fotografano nella sua interna violenza, nella malevolenza del dire, lo rendono universale partecipato e partecipabile fino a quella “parola sola”, la poesia che dà sostanza e vita.

Come si vede non si tratta di una poesia per tutti i palati, anche se l’autrice, nell’intento propedeutico di aiutare il lettore con note esplicative a piè di pagina, lo spinge verso altri lidi, propone altre letture o interpretazioni, sicché la poesia, prendiamo per es. “La voce dei pixel” o “Per sempre nel golfo dei poeti”, sono allo stesso tempo schegge accecanti in singole lasse di versi e una summa di informazioni enciclopediche, che allargano la visuale del lettore in molteplici direzioni, lo stimolano ad ulteriori approfondimenti, gli forniscono nuove conoscenze e allo stesso tempo danno al componimento nel suo insieme una tale complessità da renderlo analizzabile sotto vari profili.

Come evidenzia sibillinamente Domenico Cara nella prefazione «Le tentazioni del poeta sfuggono quindi da elementi romantici e si consegnano al fervore della conoscenza, e forse alla dottrina del sermo profetico amaro». È questo «fervore della conoscenza» e questa «dottrina del sermo profetico amaro» che danno la cifra dell’originalità di questa autrice non facilmente riscontrabile nella poesia di questi ultimi tempi.

Recensione
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