Servizi
Contatti

Eventi


Angelo Australi prosegue il suo viaggio narrativo nel mare circoscritto della campagna toscana delimitata dal Chianti e dal Mugello, mosso da onde di terra solcate dal trattore e punteggiate da cipressi piantati all’inizio dei filari come boe di riferimento geologico e battezzati dal nonno coi nomi delle persone di famiglia.

“Le torri di avvistamento piantate dal nonno” è il primo dei due racconti già comparsi su rivista ed ora riuniti in volumetto e sicuramente rimaneggiati, perché Australi, come un assassino ritorna sempre sul luogo del delitto e lo ripercorre in lungo e in largo, scandagliando ossessivamente i meandri del ricordo per suggerne anche le più inesplorate linfe. Qui Spartaco è appena un ragazzo e a sette anni guida il trattore e impara dal nonno e dallo zio tutti i segreti del mestiere di contadino, “avaro di soddisfazioni” e quindi a lui irrimediabilmente precluso. Su quelle zolle rovesciate dal vomere del trattore, fra quei filari contrassegnati da cipressi di altezze diverse come diverse erano le età delle persone di cui portavano il nome, e apparivano come “torri medioevali costruite in zone nevralgiche per avvistare il nemico” il piccolo Spartaco si aggirava avido di imparare e di vivere. “Osservai tutti i cipressi ai quali lui aveva dato i nostri nomi. Erano sparpagliati nei campi, ma non avevano più l’ordine astratto delle altre volte che li avevo guardati. Nonostante il mio fosse solo un breve periodo estivo, sentivo che tutta la famiglia si poteva ricondurre a un legame ombelicale con la terra del podere, quasi come ne fossimo spuntati fuori anche noi come delle torri capaci di farci guardare lontano, verso l’orizzonte”. E anche se dal nonno apprendeva tutti i segreti del mestiere, non poteva però apprendere quello di reagire ai momenti difficili, che aveva imparato da solo “perché quando si è delusi dalla vita si può sempre cercare un carro d’erba da scaricare”.

E’ un racconto che fa da prologo al secondo “Non ci sono troppe vie di fuga”, diviso in tre parti, uniti dall’età di Spartaco, ormai adulto e dal cane Gino. Reciso l’ancestrale legame fisico con la terra, ma non con la memoria, che in ebollizione continua a restituirgli lacerti inesplorati, Spartaco tenta disperatamente di riappropriarsi della vita che gli sfugge di mano, ma che continua a marcarlo stretto riproponendogli valori ormai sepolti.

Il primo lacerto, sputato dalla campagna e finito nell’alienazione semicittadina è “Moreno”, che tutte le mattine rovista i cassonetti della spazzatura “alla ricerca di quelle confezioni di prodotti con i punti omaggio per ricevere un servizio di piatti, una tovaglia, un accappatoio, una bilancia, un pallone per il nipotino”. E’ anch’egli un rifiuto, espunto dalla sua terra antica, dai campi, dalle zolle, e che nella solitudine infinita non riesce a dare altro senso alla vita se non quello di collezionare oggetti con punti omaggio, come se quelli fossero piccoli traguardi che ormai si poteva concedere, rischiando anche di venire investito da una macchina nella bramosia di raccogliere una scatola sfuggitagli di mano e finita in mezzo alla strada. Spartaco, che si aggira anche lui solitario per le strade semideserte del grosso paese insieme al cane Gino, è attratto da quel lacerto impazzito e tenta di stabilire un contatto.

Il secondo lacerto vede Spartaco con il cane Gino allenare il figlio in un campetto dietro la chiesa. Lo allena da portiere, gli insegna a “prevenire la sorpresa delle palle vaganti”, ma soprattutto dai rischi che ciascuno deve sapersi assumere. E gli allenamenti diventano lezioni di storia passata e lezioni di vita, gli orti di Tintella e l’allevamento di maiali, e la storia del tedesco da lui ucciso “perché gli voleva prendere un maiale per mangiarlo con i compagni della guarnigione”, e che invece quel tedesco, mai ritrovato e mai ricomparso malgrado le ricerche di tedeschi e fascisti, era stato mangiato lui dai maiali. Sono poco più di cinque paginette di storia condensata e di propedeutica alla vita, un microcosmo compresso e rievocato che serve per insegnare al figlio le regole del gioco. “Non è proprio una storia bella”, dice il figlio che è più interessato a capire come può riuscire a parare le “palle vaganti”."E questo che significa?” risponde Spartaco, “Noi alla tua età giocavamo nello stesso campetto della parrocchia sapendo che Tintella se aveva ucciso una volta poteva riprovarci ancora, magari quando gli gettavamo la palla nei suoi orti. Per questo il piacere di giocare comportava anche un certo rischio”.

Il terzo lacerto, più disteso, giocato sul pretesto di una gita al paese di Trevane in cerca del vecchio amico Enzo che gestiva in paese un minuscolo negozio di generi alimentari e sul rapporto col cane Gino che sembra esternare col suo continuo abbaiare la dimensione schizofrenica del rapporto di coppia, rincorre un odore e un ricordo sollecitato “dall’odore acre della legna bruciata che fuoriusciva da alcuni camini, e da un lieve fumo che aveva iniziato a disperdersi ad altezza d’uomo, contendendo gli spazi all’umidità che trasudava dalle pietre delle abitazioni” e che lo spinge a “singhiozzare come un cretino, senza riuscire a fermarmi”. E allo sbalordimento della moglie Paola “Che ti prende?” Spartaco riesce solo a dire “Mi sembra di sentire nell’aria l’odore del sugo di coniglio che faceva mia madre, la domenica mattina”. Ed ecco che quell’odore gli ripropone improvvisamente il condensato della sua infanzia quando non poteva esserci “una felicità maggiore che quella di assaggiare quel sugo”. E non importa se l’onda dei ricordi si interpone come una barriera invalicabile con la sua vita di oggi, che gli impedisce perfino di mangiare le cose di una volta a causa degli incipienti acciacchi, naturale conseguenza di uno stile di vita non più consono ai ritmi biologici della natura. Non importa se agli occhi della moglie può apparire come un pazzo, per lui quell’odore, solo quell’odore lo “ha riportato compiutamente a desiderare che la vita fosse andata in un altro modo”. E alla moglie ancora incredula “Non farci caso, è solo una cosa che mi porto dentro, uno dei miei modi di misurare il tempo senza farlo restare un lamento”.

Così il particolare si salda all’universale, il microcosmo si espande nel macrocosmo, tutto diventa lezione di vita e l’odore del sugo di coniglio che viene trasportato dal vento lungo la gola, raggiunta la valle, seguendo il grande corso d’acqua che l’attraversa “era entrato in contatto con gli spazi aperti del mare. Aveva attraversato il Mediterraneo, fino allo Stretto di Gibilterra, e sfruttando le correnti marine lungo quella linea piatta e uniforme dell’Oceano Atlantico si era disteso su tutto l’universo. Ho così pensato un mondo tanto piccolo da potersi comprimere in una stanza, ma ancora di più, da entrarmi nel palmo della mano o confondersi nell’abbaiare nevrotico di un cane come Gino. Un mondo così piccolo da rischiare di essere spazzato al primo inconveniente”.

E’ questa, secondo me, la conferma irrefutabile della vocazione al narrare storie di Angelo Australi, perché sa adattare le esigenze del narratore a quelle della storia e delle persone che inventa e che normalmente è il marchio indelebile dei narratori di razza.

Recensione
Literary © 1997-2024 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza