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Amelia Rosselli

“Nata a Parigi travagliata nell’epopea della nostra generazione fallace. Giaciuta in America fra i ricchi campi dei possidenti e dello stato statale. Vissuta in Italia, paese barbaro. Scappata dall’Inghilterra paese dei sofisticati…”.

La poetessa Amelia Rosselli viene scoperta al mondo culturale italiano da P.P. Pasolini che le fa pubblicare sulla rivista “Menabò” nella rubrica La Notizia 24 poesie da “Variazioni belliche”. Pasolini scriverà di lei che il suo linguaggio è una lingua che nasce fuori dal cervello, come un’invenzione che quasi si fa da sé, proiezione fisica di un individuo spirituale, emozionalmente inesprimibile e che usa il lapsus per presentarsi come prodotto culturale riconoscibile.

Foto © Dino Ignani

Certamente il suo scrivere di poesia è una emulsione che prende forma per conto suo come un esperimento linguistico in un laboratorio proprio, ideografia il cui soffio spirituale la rende anima che si proietta alla lettera dentro un processo che dopo aver disgregato, va a ricercare nuove forme di aggregazione musicale i cui temi dell’ agonia e della morte sono trattati come tali nella consapevolezza che il mondo non cambierà mai.

Il tema avanguardista trova in questa specie di apolide che vivrà tra Firenze, Roma, Parigi, Londra, gli Stati Uniti e i vari luoghi dove le sue ricerche etnomusicali (teorica di composizione musicale, suona fluentemente violino, pianoforte e organo) la porteranno, un terreno dove esplodere con funesta meraviglia fra nevrosi, mistero e mito dell’irrazionale espresso con un idioma artificiale in quanto fatto ad arte per divenire, unico, una scrittura-parlato intensamente informale e dove, per la prima volta, si realizza la riduzione della linguaggio poetico a lingua del privato.

Come elemento civile Amelia vive l’alienazione profonda inerente alla sua unicità e alla singolarità privata dell’essere soggetto e linguaggio solo.

Non legata quindi ad alcuna consorteria dell’industria culturale, né appartenente ad alcuna genealogia poetica locale, il suo lavoro prende vita da un humus che è trauma e non si appoggia alle consuete strutture compositive di modelli e antimodelli letterari ma pur sempre all’interno di una cultura e di una lingua che definisce smaterna, perché come apolide, recuperata tra le altre, luogo essa stessa del suo esilio, quasi innaturale, degenerata e rigenerata come conseguenza di una pronuncia combinata e sempre partorita da un’attenzione maniacale al dato musicale, cosa che le ha permesso di creare una rivoluzione metrica e stilistica che non ha pari nel canone italiano: una lingua che diviene alla fine una sola dopo una molteplice esperienza sonora di logica associativa che è sintesi di molti popoli e di molte lingue e che ci riporta a Rimbaud quando allude alla necessità per il poeta di trovare “una lingua”.

Per Amelia la sillaba non è solo nesso ortografico ma vibrazione e il periodo non solo costrutto grammaticale ma sistema e mentre nella musica e nella pittura spiccano i tempi e le forme, nello scrivere e nel leggere dobbiamo aggiungere un nuovo elemento, e cioè che noi, contemporaneamente a tutto ciò, pensiamo. Quindi la parola che a un certo livello ha e deve avere sonorità, deve però andare ad esistere anche là dove risuona solo come idea della mente e di suono, ancora, non ne ha affatto, per restare testimone della lotta tra voce e silenzio, tra psiche e mondo.

Sempre rifiutando i circuiti risaputi del lirico che, per altro, conosce più che bene, per la Rosselli, la lettera, la sillaba, la parola, la frase, il pensare divengono così forme universali a rendere maneggiabile il pensiero stesso all’interno del discorso dove il periodo diviene l’esposizione logica di una idea in divenire che si materializza nella parola, spesso, in modo inconscio.

Metricamente si definisce: “…insofferente ai disegni prestabiliti, ma prorompente da essi…”, e si muove in un tempo psicologico musicale e istintivo in cui scrive di poesia quando: “… la realtà è così pesante che nessuna forma la può contenere…”, allora l’elaborato della memoria corre alla dimensione che vive delle più fantastiche imprese di spazio, verso, rima e tempo: la poesia appunto.

La forma poetica è quindi forma acustica musicale, il suono sillabico unione di vocali e consonanti che per l’ acustica sono definiti solo come rumore e che diventano nello scritto elementi grafici compositori, particella ritmica, mordace, dell’ idea scritta, ma in quanto tale, senza idealità.

Il suono/silenzio del pensiero è della parola come quantità, intensità e durata, e diviene quindi chiave della metrica, nel senso pieno e assoluto della sua idealità in quanto comprende il non suono del pensiero, tempo grafico all’ interno di uno spazio già deciso dall’esperienza del comunicare, il parlato che diviene scritto e come tale termina alla fine dell’emissione del respiro. Il nostro strumento fonetico diviene così metro e misura della ritmica del verso.

Le dimensioni spaziali della sua poesia e della sua velocità di pensiero li trova nella macchina da scrivere, dove il rigo, gli spazi fra le parole ( anche gli articoli e le congiunzioni vengono trattati come parole ), gli spazi tipografici tra un rigo e l’altro, devono essere della dimensione esatta del carattere grafico della macchina, perché vogliono trattare lo scritto come una pagina musicale e trovano nella passione di un editore come Alberto Mondadori la pazienza di ricorrere sia nella pubblicazione di “Variazioni belliche” che di “Serie ospedaliera” alla lastra zincata di stampa su una sola faccia di imprimitura.

La riga quindi come metafora del pentagramma dove la lingua è trattata in quanto facoltà umana, come mezzo esplorazione, sperimentazione e invenzione, per lei che si definisce poeta della ricerca.

Ricerca che trova espressione anche nelle tematiche di libertà nel poema “La Libellula” dove è forte il confronto della vita vissuta dove il giudizio diventa elemento dialettico con i temi della legge ebraica, assimila e invoca lo Jesù della sua religiosità turbata a protezione di una sorta di sindrome peccatoria dove il tema religioso è sempre assolutamente terreno, con l’accento sempre fisso sulla sofferenza e sull’umanità del Cristo e assieme contaminato da una straordinaria tensione erotico-religiosa, un inguaribile “Mal de Dieu” sacro-profano.

La raccolta poetica di Variazioni Belliche che ci ricorda già nel titolo il riferimento a un canone musicale, sono un variazione al tema imperante della guerra, finita da pochi anni, che ora viene spostata su un piano del tutto interiore.

Dentro della grazie scappavano cavalli impauriti. Entro
le mie forze spaurite regnava il disordine:l’ordine della
mia mente.”

Quando la Rosselli le scrive, ha 34 anni e già anni di vita tra vari paesi e i loro linguaggi, anni di studio di violino e il grido forte di quelle manie persecutorie che la porteranno alla morte.

La parola è ormai profonda religione e percorso terreno

“sentiero obliquo come la sempre dei miei piedi
la mie gambe la mia anima obliqua e vetrata,chiesa
abituale”

Variazioni che nella mente come nella sostanza del sentire dichiarano quella guerra che è profezia dell’uomo disarmonico e pulsionale del Novecento dove la mente è in lotta contro se stessa e le sue creazioni, sensoriali, emotive e sentimentali di cui diventa specchio perfetto il privato riferibile all’esperienza della sua malattia nervosa della quale nel ’77 rese impietoso resoconto sulla rivista “Nuovi Argomenti” dove definisce se stessa come “testimonianza di un’insolita esperienza esistenziale” e che sono divenuti forma trasmissibile nella sua ostinata e immaginativa ritmica lessicale e prosodica, acme musicale di incompiuta compiutezza dove l’inconscio, percorrendo strade ostili al significato, restituisce suono e luce impensabili al rigo precedente.

“Nella tempesta seguiva una corsa ai ripari. Nella notte
riparavo. Se nella tempesta sparavo nell’incontro ascoltavo
altri che te; se nella tela che tutto sbiadiva capivo d’esser
stata tradita:- se nell’amore strascinavo parole forse
amarissime:- era per te che con il tuo filo di ragno aspettavi
era per te che con la mia rivoltella puntata velocemente su
delle mie tempie aspettavo invano. Se della tua crudele
libertà aspettavo altro che la prigionia, se nell’amore
schiamazzavo; se nella tua pupilla scorgevo altro bene
oltre il tuo affanno:- allora era caduta la stella dal
cielo e le mie ironie si diffondevano sinuose per le tue
rimembrate braccia acute.”

Segue poi una nuova raccolta poetica Serie Ospedaliera che raccoglie quei lavori che vanno dal ’62 al ’65 dove scrive:

“Io sono molto prodiga di baci, tu scegli
in me una rosa scarnificata. Senza spine
ma i petali, urgono al chiudersi. Mio
motivo non sognare, dinnanzi alla realtà
ignara. Mio motivo non chiudersi, dinnanzi
alla resa dei conti.
Tu scegli in me un motivo non dischiuso
dinnanzi alla rosa impara.”

Qui, passo dopo passo, viene messo in luce la svolta fondamentale del malinconico dialogo che un corpo imprigionato dalla malattia vuole continuare ad avere con l’esistente, come episodio delle sue “feconde infermità”.

“…Morta ingaggio il traumatologico verso
a contenere queste parole: scrivile sulla
mia perduta tomba: «essa non scrive, muore
appollaiata sul cestino di cose indigeste
incerte le sue manie.»
Incerte le sue pretese, e il fiorame in
lutto, ammonisce. Mitragliata da un fiume
di parole, arguisce, sceglie una via, non
conforme alle sue destrezze, se ve n’erano
a contribuire alla grande riforma dei pensieri
così tenaci. Porta la destra sul volante
lo spezza e snella, s’invola per i magnifici
fiumi.”

Scriverà anche un testo letterario di narrativa autobiografica Diario ottuso e dopo un silenzio di sette anni il poema Impromptu scritto nel 1980 quasi di getto, ordinato in tredici sezioni con trecentocinquanta versi da lei furiosamente e felicemente composti nello spazio di una tersa mattina romana di quasi inverno.

“…Lo spirito della terra mi muove
per un poco; stesa o seduta guardo

non l’orologio; lo tasto e lo
ripongo al lato della testa, che

non sonnecchiando ma nemmeno
pensando, si rivolse al suo dio

come fosse lui nelle nuvole! Rinfiacchita
l’infanzia muraria di questi versi
non sono altro che pittorica immaginazione
se nel campo di grano rimango

a lungo stesa a pensarci sopra.”

Il suo ultimo lavoro è in lingua inglese Sleep del 1992, dove ormai racconta al mondo del suo “inferno tessuto da mani perfette”.

Amelia Rosselli si toglierà la vita l’11 Febbraio 1996 nella sua casa di Villa Corallo a Roma.


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