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A Venezia o altrove (a Venezia o altrove ti ritroverò)

Narrativa. Siamo nel 1534, in un momento di conflitto tra la Serenissima e i Turchi. Nane, ex falegname, finisce schiavo in una galea turca. Si tenterà di liberarlo grazie a uno stratagemma, una finta lotta. Questa, stringatamente, la storia, che è ovviamente assai più ricca di vari episodi e personaggi.

Per scrivere un buon romanzo storico, come il presente, occorre avere cognizioni approfondite degli usi e dei costumi dell’epoca, dei luoghi e della stessa mentalità, tutti elementi che l’autore ha saputo trasferire nel suo romanzo: a volte è più vicina alla realtà dei fatti una ricostruzione o narrazione di invenzione anziché i documenti che non rado devono soggiacere a una “verità” diplomatica. Il romanzo è la prosecuzione del precedente L’oro di Candia (2013), ma può essere letto indipendentemente.

Ne esce un clima credibile nello svolgimento dei fatti, grazie anche alle figure delineate a tutto tondo, persino quelle non di primo piano. Per esempio, l’aguzzino Faisal della nave in cui Nane è tenuto prigioniero – degno discendente dell’antico celeusmate – agisce con estremo rigore e perfino crudeltà. Un prigioniero inviato su terraferma per l’acquata o altre necessità, qualora tentasse di fuggire e venisse ripreso, riceverebbe quarantanove frustate.

La fine di Faisal proviene in sostanza dalla sua psicologia, ma anche un ex cristiano (ex giaurro) convertito all’Islam si comporterà nei suoi confronti con perfidia, segno che in effetti tanto cristiano non era. Si consiglia, prima della lettura, di consultare l’elenco dei personaggi e il glossario, davvero utili per introdursi nello spirito del romanzo e nella sua temperie storica.

Le pagine scorrono veloci grazie anche alla disposizione in capitoli e a un linguaggio elevato ma chiaro.

Recensione
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