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Alessia e Mirta

Poesia. Certi autori, attraverso una continuità di temi a loro congeniali o che abbiano qualche specifica vicinanza spirituale, creano quello che si dovrebbe definire mito in senso lato, immagini e figure ricorrenti, che non solo all’interno di un unico libro ma col passaggio di più pubblicazioni ribadiscono un principio dal quale poi scaturisce l’estro poetico: difatti nessun testo o verso è identico a un altro, pur avendone affinità, segno che la mente sviluppa una serie di elementi mai fermi, ma resi nel loro movimento diacronico e linguistico.

Viene da pensare a un viaggio. È pur vero che ogni opera rappresenta quel viaggio prospettato dalla memoria, dall’invenzione o dalla realtà: dire che una poesia è reale è credibile solo nel fatto fisico del supporto che la contiene. Se poi passiamo a esaminare la qualità formale – sempre contenuta nei limiti di un equilibrio tecnico – allora occorre cogliere le singolarità che tale poetica produce. Il tema, per prima cosa. È senz’altro lo spunto che fornisce la chiave a tutta la silloge.

Già di Alessia si sapeva, ma ora acquista rilevanza anche l’altra ‘persona’ quale simbolo di un’assenza ancora operante. Che poi vi siano tratti ‘quotidiani’ o riferiti ad attività concrete ciò non inficia il procedere complessivo. Altri particolari, notati anche nella prefazione, arricchiscono il tessuto verbale: quell’azzeccato aggettivo fiorevole, più volte inserito, dimostrazione del poeta quale onomaturgo che domina e plasma la scrittura aprendo nuove possibilità espressive.

La natura non è dato secondario, ma non opprime con una descrittiva eccessiva l’insieme testuale. Né la sintassi è poi tanto lontana da una classicità che riecheggia, si veda l’anastrofe “con dell’amato la voce”. Altrove si incontra una densità semantica (Alessia al Bar Celestiale) che conferma il Piazza autore dotato di solidi strumenti comunicativi a tutti i livelli.

Recensione
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