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Anamòrfosi

Poesia. Non si incontrano di frequente opere il cui livello qualitativo coincide fra i testi e la prefazione e soprattutto in grado di stimolare riflessioni. Secondo noi il silenzio non è un limite, la parola può andare oltre, e il reale incide a volte in misura minore di quel che si pensi, pur ammettendo che qualsiasi aspetto, filosofico o materico, è reale, ma il linguaggio lo traduce in uno specchio anamorfico.

Chi si è lasciato irretire da certe sirene (nella seconda metà del novecento sembrano essere Montale e Pasolini) era forse inconsapevole di accettare determinate regole. Se poi un poeta volesse esibirsi ha scelto la via più difficile, poiché in diversi casi il far poesia contiene un’implicita idea di superiorità. Ciascun ente o identità però dovrà vedersela con la propria ottica e voler significare a ogni costo potrebbe farci perdere il senso psicologico più profondo. Angela Greco tende a ‘rappresentare’ – come dimostrano i versi estesi o macroversi – per arrivare alle soglie della narrazione: il raffigurare oggetti per dar loro verbalmente una consistenza deve tener conto di ciò che sfugge e anche la natura fa parte del quadro.

Emblematica la frase “La musica non mi ha mai convinto fino in fondo” (p. 35): farsi convincere infatti costituisce spesso un pericolo, che l’autrice riesce a eludere. Non poteva mancare, ma non è peccato, il mito quale esorcismo della caducità: una interpretazione critica già cambia nel momento stesso in cui avviene. L’Epilogo ci avvisa di percezioni ‘formali’ nel tentativo di una linea oppositiva alle superfici piatte per individuare un quid che per nostra fortuna non si rivela mai completamente.

Recensione
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