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Ancora Barabba

Poesia. La divisione del testo in XIV stazioni fa presupporre – e in linea generale si conferma – una scrittura ‘evangelica’ che subisca un certo influsso anche sotto l’aspetto stilistico: questa incidenza che persiste nel tempo è il segnale di una religiosità la quale, pur nella multiforme disposizione dei singoli soggetti, non scompare, ma anzi si arricchisce di volta in volta di nuove sfaccettature senza nulla perdere del messaggio originale. Fin dalla prima stazione si apprende che la bellezza in realtà può nascondere la morte e i simboli eseguono una funzione letale.

Se poi la poetessa vuole illustrare il paesaggio e i suoi fenomeni ecco che la descrizione conserva i toni profondi quasi d’un presagio. Anche volendo sottolineare la resa strettamente poetica, l’invenzione si connette al senso figurativo, per esempio nella terza stazione, cogliendo i singoli particolari in una luce opaca che sembra provenire in senso obliquo e partecipa interamente al dramma. Altra osservazione verrebbe da farsi nella quarta stazione: il dio con la minuscola prospetta una oggettività formale e linguistica che riduce al medesimo livello i suoi elementi.

Ma la parte figurata, che prevedeva una certa classicità, tende a trasformarsi in nuove dimensioni, con la coscienza di un tempo diverso, del mondo di ora e qui, assai lontano dal suo principio, e tuttavia riesce a penetrare la dura scorza di una società disattenta. L’heautoscopia (ma la parola va reinterpretata) genera la bellezza quando “l’occhio muta fiori in bianche dimenticanze”: siamo su un approdo finale, ove il dettato acquista un tono angoscioso: sarà veramente sconfitta la morte o quel dio non è già morto nel cuore degli uomini?

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