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Arabeschi incisi dal sole

Poesia. Tra interpretazione di copertina e titolo desunto dalla lirica Sulle pagine dell’autunno il lettore segue una strada e ne incontra un’altra: dire quale sia preferibile è un dubbio non risolutore. Certo è che nel Prologo esiste l’idea di non mutare una sola sillaba anche se, dice la poetessa, “i miei sono solo grafemi”: ci si trova d’accordo, ma con qualche certezza in più. Infatti le poesie successive, come prese da un abbrivo, ampliano i cerchi del significato e producono riflessi, con un margine non del tutto fruibile all’istante: “lente ore in fogli(e) si consumano” (Non mi basta più il tempo).

Si deve a volte pensare che l’espansione o i tratti fluenti derivino da una libertà che finisce per assorbire il dato formale in una duttile corrispondenza tra le parole e il loro senso, appropriata per quel jardìn di raffinata memoria. Così, per racchiudere la silloge nei suoi estremi, la brevitas dell’Epilogo mantiene quella scarna eloquenza che ogni umano spirito riesce a comprendere.

Recensione
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