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Come voce errante

Poesia. Scrive il prefatore a proposito di individualità più accese e irriducibili: un concetto che ci pone di fronte alla problematica del fare poesia, poiché nasce appunto dall’individualità e non può quindi adattarsi a una globalizzazione tendente a invadere anche gli spazi intimi e irrinunciabili. È pur vero che parte delle poesie prodotte nel nostro tempo sembra seguire tale regola: non è certo il caso di Clara Nistri.

Non che manchi una scelta di campo, ideologica o religiosa che sia, ma questo non prevarica mai l’ispirazione, libera in senso formale ed espressivo. È una scrittura che mostra aspetti sensibili nel più ampio significato, conscia della precarietà dell’essere umano e, in fondo, di tutte le cose, con quella spinta creativa che presuppone una possibile eternità. Ne scaturiscono quindi liriche percettive e profonde: se talora affiorano eventuali rinvii a un Claudel o a un Bernanos non pèrdono la loro capacità stilistica sotto taluni aspetti irripetibile. Anche la natura deve rapportarsi all’io: “Nei corridoi dell’autunno | con mani d’acqua e di terra, | per ritrovare l’ombra di me” (p. 29). Cos’è dunque che ci perpetua? cosa ci pone oltre lo scorrere dell’effimero?

Queste poesie si distinguono per la loro pienezza ideale e, pur nell’addensarsi dei contenuti, mantengono in più casi una straordinaria trasparenza: “Nell’acqua velata di sogni | riflettono i lumi | della notte” (p. 23). C’è un qualcosa che le pone più in alto: forse la Fede?

Recensione
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