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Consapevolvenze

L’autrice (Padova, 1951) ancora giovanissima si era fatta notare con un saggio storico su Faedo apparso nella rivista Città di Padova (anno VIII n. 1, 1968). Nel 1978 venne invitata a far parte del gruppo letterario Formica Nera e lo stesso anno presentò la sua prima silloge Porto antico. Da allora sono uscite numerose raccolte che testimoniano di una costante fedeltà alla poesia: difatti la Gaddo oggi è una delle poetesse più accreditate anche a livello nazionale. Verrebbe da chiedersi se la sua produzione saggistica, più rara ma non per questo di minor qualità, abbia inciso sulla scrittura poetica. Porto antico lascia ancora spazio a figure lievi, definite in un breve giro semantico, ma in séguito la struttura nella sua chiara trama acquista una resistenza che va oltre il segno e lo stesso significato.

Nella prefazione Montalto ne rileva il “ritmo elegante ma imprevedibile”: ciò si deve anzitutto a un allargamento dell’area linguistica che attinge a vocaboli rari o desueti in grado di filtrare uno spirito arcaicizzante all’interno di formanti che si aprono a inattese novità, sino a plasmare i vocaboli, per esempio il titolo, con ardite univerbazioni o ri-creazioni, sempre però percepibili dal lettore più avvertito. Dunque la scrittura si può modellare, facendo nascere quel che prima non era: è privilegio della fantasia, tanto da considerare il poeta un demiurgo che nel suo per quanto circoscritto regno origina prodigiose immagini che sfumano nelle più sottili percezioni del pensiero, là dove il senso è costituito da un gesto talora intenzionale, sebbene rafforzato dalla proprietà d’ogni sintagma e inteso a realizzarsi in uno spazio esclusivo (elusivo), forse assoluto.

Tuttavia varie sono le ‘presenze’ che incidono nel decorso di queste liriche — e dico liriche per indicare quei tratti in cui la limpida vena del cuore si dispone a una purezza quasi diamantina: “erme di bellezza sciolte e sparse gemme” (Incontri); perciò non viene meno la precisione del dato, la sua ‘mineralità’ che preannuncia luoghi mai esplorati, solo nostri quando vi penetriamo con l’intuizione, e non di rado si arriva all’ipotiposi attraverso particolari strumenti operativi, atti a incidere nel tessuto del logos, utilizzando rime o rimandi fonetici e suscitando organismi che continuano a vivere altrove la loro inesausta dialettica nel mai concluso rapporto io-mondo, con una ricchezza di elementi, non ultimi gli oggetti quotidiani, la cui sostanza li assimila a relitti della memoria trasfigurati dalla medesima ricezione del ricordo.

Se, come risulta, la originalità si fonda anzitutto sul lessico e la sua disposizione in molteplici ‘sinapsi’, nell’autrice ritroviamo un percorso strettamente personale, non imitato né imitabile: è il segno evidente secondo cui il linguaggio, essendoci dato quale agente comunicativo, diviene veicolo di strati più profondi dell’essere e del suo emergere dal subconscio o probabilmente da un territorio ignoto: è lo spiraglio per nuove dimensioni se avremo coscienza che la verità risiede oltre il visibile e cerca di rivelarsi con la parola.

Recensione
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