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Dense parabole incendiarie

Poesia. Ben venticinque sono le raccolte poetiche di Tavčar, senza contare i lavori di saggistica, musicologia e traduzione: una produzione impressionante per quantità, ma anche per qualità. La presente silloge comprende una settantina di liriche, ma dicendo liriche non si è esposta come d’obbligo la grande diversità dei testi, unificati da un principio stilistico di cui il lessico personalizzato è parte rilevante.

Di fronte alla sua prosa, la poesia ci pare segua un’altra strada: è una scrittura concettualmente densa, dove a tratti la metafora diviene dirompente, e acquista forza proprio in virtù di scelte originali nella loro enunciazione. Certo è che il poeta si trova in un punto di discrimine, tra il desiderio e la rinuncia, tra la memoria, che con l’età si fa pressante: “È piacevole ricordare” (Giorni beati) e la proiezione in un tempo ulteriore: “Dovremmo smettere | di pensare sempre al passato” (La sera della vita).

Forse proprio in questa dicotomia consiste il dato più reale del suo stile, scandagliare le cose, rivelarle nella loro oggettiva presenza, in quell’alternarsi di spirito e materia: un nodo che sembra non trovare soluzione. A chi legge le soluzioni probabilmente interessano meno, quando si cerca e si trova la bellezza dell’immagine.

Recensione
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