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Di ombra e di luce

Poesia. C’è oggi il problema della forma, anzi, della non forma, poiché non solo sembra scomparsa l’idea di ritmo e metro, ma la stessa concezione di verso. Elementi che vengono in un certo senso ricuperati da questa raccolta, dove la metrica diventa consustanziale al contenuto, senza contravvenire a una specifica funzione da un lato, e al significato dall’altro.

A volte accade che la classicità formale richiami il mito e adegui anche il linguaggio a una eleganza che sembra connaturata alle condizioni in cui si verifica l’evento poetico. Potrebbe sembrare che una normativa imposta, sia pure originata da una lunga tradizione, appesantisca il decorso dei versi, e qui sta la sapienza dell’autrice, che fa a volte lievitare l’immagine in una squisita leggerezza: scrive, a proposito di Saffo, di trasparenza e leggiadria, non semplici parole ispirate, ma che vanno oltre, captando il segno fonosimbolico e traducendolo entro una entità creativa dominata dal rigore logico ed estetico. Tuttavia le strofe saffiche non sono traducibili dal sistema quantitativo a quello accentativo, essendosi persa memoria della quantità. Un altro verso indica come siano praticabili differenti letture metriche: “per non vedere e non essere visto”; rilevabili accenti di sesta e settima.

Ma la bellezza del metro regolato risiede in una possibilità, tutta individuale, di non circoscriversi totalmente; un verso come “in riflesse vie d’acqua” è tecnicamente un settenario anapestico, ma se ponessimo dieresi d’eccezione (vïe) diventa un ottonario trocaico con accentazioni più o meno forti. Quanto detto andrebbe sintetizzato con i tre splendidi versi di Come la neve: “Alla base degli alberi d’argento | cade la luna e l’ombra sua traspare, | lieve ricamo in terra.” Non è l’unico esempio in tutta la silloge: chi cerca le pure linee dell’armonia qui le troverà.

Recensione
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