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Elena, Ecuba e le altre

Poesia. Almeno tre sono gli aspetti o le linee attraverso cui si potrebbe interpretare un’opera di questo tipo che sembra nel complesso sfuggire alle normali classificazioni. Si tratta di poesia, è indubbio, ma già dal titolo si stabilisce un rapporto con il mondo femminile che travalica il tempo, per situarsi nell’oggi. Tale rapporto la donna lo istituisce tramite una precisa coscienza capace di decifrare la realtà e di adeguarsi, ma non sempre, a dati di fatto che l’abitudine pare aver definitivamente cristallizzato, senza tener conto che ciascun individuo non è in assoluto rapportabile a un modello unico.

L’altra sembianza di un testo, già umanizzato in quanto deriva da una fonte molteplice, riguarda il valore del mito nel momento attuale. Anche preso quale elemento storico sebbene trasfigurato, il mito persiste in un’area che crea ispirazione e di conseguenza nuove prospettive entro il mito stesso, considerando che non tutta la parte esaminata è propriamente mitica. A un certo punto si scrive che “abbia, chi non crede all’arte, desueta parte”: è un’intuizione, o meglio opinione, che fa pensare. Diversi risultano i modi di decrittare, e quindi penetrare in effetti nel senso di un pensiero. Quel richiamo lo troviamo alla fine allorché si definisce “assurda la mitologia”. Dunque, nella stessa dimensione in cui il poeta opera si genera la contraddizione del suo operare. Dobbiamo perciò distinguere tra l’una e l’altra scelta lasciando a chi scrive la facoltà di integrarle.

Un terzo aspetto riguarda la forma, tanto vituperata da alcuni fino a farla scomparire. I testi della raccolta sono, per lo più, brevi, fino al monostico, il che, se volessimo approfondire, è alla fin fine poco rilevante. Semmai da notare il dialogo conseguente alle relazioni di un componimento poetico, un’apertura auspicabile comunque, poiché è dal raffronto e nelle percezioni che ne deriva il fattore più significativo della scrittura.

Recensione
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